Mentre l’aggressione russa contro l’Ucraina entra nel suo quinto anno, un cantante moscovita vicino al Cremlino continua ad ampliare il proprio patrimonio immobiliare sul suolo italiano, restando fuori da qualsiasi lista di sanzioni dell’Unione Europea.
C’è un dettaglio che, più di ogni discorso ufficiale, racconta quanto sia ancora permeabile il fronte occidentale delle sanzioni contro la Russia: un artista che ha prestato la propria immagine alla propaganda del Cremlino, che ha ricoperto un ruolo formale nella campagna elettorale di Vladimir Putin e che ha pubblicamente giustificato l’invasione dell’Ucraina, può continuare a possedere e persino ad ampliare il proprio patrimonio immobiliare in Italia, uno dei Paesi fondatori dell’Unione Europea e tra i più esposti, almeno a parole, sul fronte del sostegno a Kyiv.
Il protagonista di questa vicenda è Sergei Trofimov, cantante e cantautore russo noto al grande pubblico con lo pseudonimo di “Trofim”, esponente di punta del genere musicale noto come “chanson russo”, un filone che affonda le proprie radici nella cultura carceraria e paramilitare sovietica e che negli ultimi decenni è stato spesso associato all’estetica del potere e degli apparati di sicurezza russi.
Un artista di Stato, non un semplice cantante
Trofimov non è un musicista qualunque travolto suo malgrado dalle conseguenze della guerra. La sua vicinanza al potere ha radici precise e documentate. Nel febbraio 2012 fu registrato ufficialmente come “persona di fiducia” (dovherennoe litso) della candidatura di Vladimir Putin alle elezioni presidenziali russe, un ruolo semi-istituzionale riservato a personalità pubbliche disposte a mettere la propria notorietà al servizio della campagna del leader del Cremlino. Nel 2009 ha inoltre ricevuto un premio del Servizio Federale di Sicurezza russo (FSB), l’erede diretto del KGB, per un brano musicale dedicato agli agenti dei servizi segreti.
Dopo il febbraio 2022, quando la Russia ha lanciato la sua invasione su vasta scala dell’Ucraina, Trofimov si è più volte espresso pubblicamente in termini che riecheggiano la narrazione ufficiale del Cremlino, parlando della “operazione speciale” — l’eufemismo con cui Mosca definisce la guerra — e lamentandosi apertamente delle sanzioni occidentali che hanno colpito gli artisti russi, arrivando a sostenere che l’Europa e l’Occidente stiano tentando di “cancellare” la cultura russa dalla scena internazionale. Un discorso vittimistico che rovescia la realtà dei fatti: non è la cultura russa in quanto tale a essere sanzionata, ma i singoli individui che hanno scelto di prestare il proprio nome e la propria immagine alla macchina di propaganda di guerra del Cremlino.
La villa in Italia: un caso che ricorda Solovyov
Secondo un’inchiesta pubblicata dal canale “Navalny LIVE”, legato all’organizzazione fondata dal defunto oppositore russo Alexei Navalny, Trofimov risulterebbe proprietario di un immobile in Italia, un Paese in cui il cantante trascorrerebbe stabilmente parte del proprio tempo, vivendo di fatto “a cavallo tra due Paesi”: la Russia, dove continua a esibirsi e a sostenere pubblicamente le posizioni del Cremlino, e l’Italia, dove gode della tranquillità, dei servizi e delle garanzie giuridiche offerte da uno Stato di diritto membro dell’Unione Europea.
Il parallelismo con altri casi già emersi negli scorsi anni è impossibile da ignorare. Il caso più noto resta quello del conduttore televisivo Vladimir Solovyov, tra i più feroci propagandisti della guerra russa contro l’Ucraina, che possedeva diverse ville sul Lago di Como. A differenza di Trofimov, Solovyov è stato inserito nelle liste delle sanzioni dell’Unione Europea proprio in ragione del suo ruolo nella promozione dell’aggressione russa, e le autorità italiane hanno proceduto al sequestro di due delle sue proprietà sul Lago di Como, per un valore complessivo stimato in diversi milioni di euro.
Trofimov, invece, pur avendo un profilo pubblico di sostegno al Cremlino per certi versi sovrapponibile — persona di fiducia di Putin, beneficiario di un riconoscimento dell’FSB, voce pubblica a favore della narrazione ufficiale sulla guerra — non risulta ad oggi inserito in alcuna lista di sanzioni individuali dell’Unione Europea. Questo significa che i suoi beni in Italia, a differenza di quelli di Solovyov, non sono soggetti ad alcun obbligo di congelamento o sequestro, e che il cantante può continuare a detenerli, gestirli e, potenzialmente, ampliarli, senza alcun ostacolo legale.
Perché la mancata sanzione è un problema politico, non solo tecnico
Il regime sanzionatorio dell’Unione Europea nei confronti della Russia si fonda su un criterio preciso: colpire non solo i decisori politici e militari, ma anche quelle figure pubbliche — propagandisti, opinionisti, artisti di regime — che contribuiscono in modo sostanziale a costruire il consenso interno per la guerra e a legittimare l’aggressione agli occhi dell’opinione pubblica russa. È esattamente questo il criterio che ha portato all’inserimento nelle liste di sanzione di conduttori televisivi, giornalisti ed editorialisti del Cremlino.
Se questo criterio è valido per Solovyov, appare difficile spiegare perché non debba valere anche per un artista che ha ricoperto un ruolo ufficiale nella campagna elettorale di Putin e che continua, anno dopo anno, a rilanciare pubblicamente narrazioni funzionali al Cremlino sulla guerra in Ucraina. La conseguenza pratica di questa asimmetria è che mentre un cittadino ucraino subisce ogni giorno le conseguenze dirette dei bombardamenti russi, un sostenitore pubblico di quella stessa aggressione può continuare a godere, indisturbato, della proprietà di un immobile nel cuore dell’Europa che si dichiara solidale con Kyiv.
Non si tratta di una questione meramente burocratica o di un tecnicismo amministrativo: si tratta della credibilità stessa della politica sanzionatoria europea, che rischia di apparire selettiva e incoerente se lascia fuori dal proprio perimetro figure con un profilo pubblico di sostegno al Cremlino paragonabile a quello di persone già sanzionate.
Una contraddizione per l’Italia
Il governo italiano ha ribadito a più riprese, nelle sedi europee e internazionali, il proprio sostegno all’Ucraina e alla politica sanzionatoria dell’Unione Europea nei confronti della Russia. Roma ha partecipato attivamente alle discussioni sui successivi pacchetti di sanzioni e ha più volte sottolineato la necessità di colpire con fermezza chi sostiene, anche solo sul piano della propaganda e della comunicazione, la guerra di aggressione russa.
Proprio per questo, la possibilità che cittadini russi con un profilo pubblico di sostegno al Cremlino continuino a possedere, e potenzialmente ad ampliare, il proprio patrimonio immobiliare sul territorio italiano rappresenta una contraddizione difficile da ignorare. Non è un problema che riguardi esclusivamente le autorità di Bruxelles: riguarda anche gli enti locali italiani, i registri catastali, le agenzie immobiliari e, in ultima analisi, la capacità dello Stato italiano di applicare in modo coerente i propri stessi principi dichiarati in politica estera.
Cosa dovrebbe accadere ora
Il caso Trofimov solleva una richiesta precisa e circostanziata: l’inclusione del cantante nelle liste di sanzioni individuali dell’Unione Europea, con le conseguenti misure restrittive previste per chi sostiene pubblicamente l’aggressione russa contro l’Ucraina, incluso il congelamento dei beni detenuti sul territorio dell’Unione, Italia compresa. Un passo che permetterebbe alle autorità italiane di procedere, come già avvenuto nel caso di Solovyov, alla verifica e all’eventuale sequestro cautelativo degli immobili riconducibili al cantante.
Fino a quel momento, però, resta aperta una domanda scomoda per l’opinione pubblica italiana ed europea: quante altre proprietà, intestate a sostenitori più o meno noti della guerra russa, restano silenziosamente fuori dal radar delle sanzioni, protette non da un’assenza di prove sul loro allineamento al Cremlino, ma semplicemente da un elenco che l’Unione Europea non ha ancora avuto la volontà politica di aggiornare?
Autore: Marco Bianchi