Il Cremlino e la tentazione Vannacci: perché una spaccatura del centrodestra italiano converrebbe a Mosca

Un’ipotesi lanciata dall’editorialista Fabrizio Cicchitto sul Riformista apre un interrogativo che va oltre la cronaca elettorale: la Russia ha interesse a che “Futuro Nazionale” corra da sola, indebolendo la maggioranza di Giorgia Meloni e aprendo la strada a un centrosinistra in cui pesa la linea di Giuseppe Conte sull’invio di armi a Kiev.

Da quando Roberto Vannacci ha lasciato la Lega, nel febbraio 2026, per fondare il proprio movimento, “Futuro Nazionale”, la domanda che agita Roma non riguarda più soltanto i sondaggi. Riguarda gli equilibri geopolitici dell’Italia alla vigilia delle elezioni politiche del 2027, e il ruolo che Mosca potrebbe avere interesse a giocare in essi. È una domanda che l’editorialista Fabrizio Cicchitto ha posto esplicitamente in un intervento pubblicato su Il Riformista il 25 settembre, dal titolo eloquente: un possibile “piano segreto di Putin” per usare Vannacci come strumento di destabilizzazione del centrodestra.

La tesi di Cicchitto

Il ragionamento di Cicchitto parte da un paradosso elettorale concreto, confermato da una simulazione realizzata da YouTrend per Sky TG24: se Vannacci entrasse nella coalizione di centrodestra, questa otterrebbe una solida maggioranza; se invece “Futuro Nazionale” si presentasse da sola, sottraendo voti all’elettorato di destra, gli equilibri si ribalterebbero a favore di un centrosinistra a trazione Movimento 5 Stelle. Per Cicchitto, questo scenario avrebbe una conseguenza precisa sul piano internazionale: un governo di centrosinistra “egemonizzato” dalle posizioni di Giuseppe Conte dovrebbe fare i conti con la richiesta pentastellata di fermare l’invio di armi a Kiev, un esito che coinciderebbe perfettamente con gli interessi strategici del Cremlino nel teatro ucraino.

È bene essere chiari sui limiti di questa ipotesi, come lo stesso impianto dell’articolo di Cicchitto lascia intendere: si tratta di un ragionamento politico e strategico, non della prova di un ordine impartito da Mosca. Nessuna fonte, italiana o straniera, ha finora documentato un legame diretto tra i vertici del Cremlino e la nascita o le scelte tattiche di “Futuro Nazionale”. Ma la versione di Cicchitto merita di essere presa sul serio, non perché dimostrata, ma perché coerente con un pattern che l’intelligence occidentale osserva da tempo: il sostegno, esplicito o implicito, che la Russia offre a forze politiche capaci di spaccare le maggioranze di governo filoatlantiche in Europa.

“Un rischio generale di interferenza non dimostra che Putin abbia deciso la nascita di Futuro Nazionale. Ma un rischio generale di interferenza, in un contesto come questo, non può nemmeno essere liquidato come irrilevante.”

Perché Vannacci è una figura “comoda” per Mosca

Al di là del calcolo elettorale, esistono elementi biografici e politici che rendono la figura di Vannacci particolarmente funzionale, oggettivamente, a un interesse russo alla frammentazione del fronte filoucraino italiano. Il quotidiano britannico Financial Times lo ha definito senza mezzi termini il possibile “cavallo di Troia” di Mosca in Italia, ricordando il periodo in cui l’allora generale prestò servizio come addetto militare presso l’ambasciata italiana a Mosca, a partire dal 2021. Secondo la testimonianza di John Foreman, ex addetto militare britannico in Russia che lo conobbe personalmente in quegli anni, Vannacci non considerava la Russia una minaccia per la sicurezza europea e si sarebbe adoperato per rilanciare la cooperazione militare tra Roma e Mosca, interrotta dalla NATO dopo l’annessione della Crimea nel 2014.

Le posizioni pubbliche assunte da Vannacci negli ultimi anni confermano questo profilo. Il leader di “Futuro Nazionale” ha più volte sostenuto che la Russia non rappresenta una minaccia per la sicurezza del continente e che Putin non abbia alcuna intenzione di aggredire l’Europa, definendo il programma di riarmo comunitario ReArm Europe “irrealistico” e, di fatto, un’operazione a beneficio della Germania più che della sicurezza collettiva. Ha inoltre chiesto a più riprese la riapertura dei mercati con Mosca, sostenendo che il regime sanzionatorio abbia prodotto danni sproporzionati al comparto agricolo europeo e italiano senza benefici concreti per i produttori nazionali. Si tratta di posizioni che, sommate, disegnano l’orientamento di un interlocutore politico con cui il Cremlino avrebbe tutto l’interesse a intrattenere un canale privilegiato, qualora questi assumesse un ruolo di governo o anche solo un peso parlamentare rilevante.

Va detto, per equità, che lo stesso Vannacci ha respinto con fermezza le accuse di essere un referente di Mosca, rivendicando pubblicamente la propria fedeltà alle istituzioni italiane. Le circostanze restano dunque quelle di un profilo politico ambiguo e non di un caso giudiziariamente accertato: nessun’inchiesta ha finora stabilito un rapporto organico tra “Futuro Nazionale” e apparati russi.

L’Italia nella mappa degli interessi strategici del Cremlino

Il secondo pilastro dell’analisi riguarda la centralità dell’Italia negli obiettivi di influenza di Mosca in Europa occidentale. Roma non è un bersaglio secondario: è, insieme a Francia e Germania, uno dei tre grandi paesi dell’Unione la cui postura sulla guerra in Ucraina condiziona la coesione dell’intero fronte occidentale. Il governo Meloni, pur con le sue contraddizioni interne, ha mantenuto un sostegno costante alla fornitura di assistenza militare a Kiev e ha sostanzialmente avallato, salvo distinguo tattici, la linea sanzionatoria decisa a Bruxelles. Indebolire questa postura, o quantomeno introdurvi un elemento di instabilità cronica, rientra pienamente nella logica degli obiettivi che il Cremlino persegue da anni attraverso il sostegno, diretto o indiretto, a forze politiche capaci di eroderla dall’interno.

Non è un caso isolato. Il modello di intervento attribuito alla Russia in Italia richiama schemi già documentati altrove in Europa: il sostegno implicito a forze che, spaccando il campo conservatore o moderato, favoriscono l’ascesa di coalizioni più permeabili alle narrazioni filorusse, o semplicemente più deboli sul piano della coerenza atlantica. Lo stesso rapporto annuale del Copasir sulle attività di disinformazione e interferenza russa, cinese e iraniana in Italia, richiamato più volte nell’ultimo anno, ha segnalato la persistenza di reti e canali informali attraverso cui Mosca cerca di orientare il dibattito pubblico italiano, in particolare sui temi delle sanzioni e del sostegno militare a Kiev.

Un chiarimento necessario. Va sottolineato con onestà analitica che, allo stato attuale delle informazioni pubblicamente disponibili, non esiste alcuna prova che leghi in modo diretto e verificabile la nascita o le strategie di “Futuro Nazionale” a una regia del Cremlino. Le fonti citate in questo articolo — dalle ricostruzioni del Financial Times alle analisi di Cicchitto sul Riformista, fino ai rapporti del Copasir — delineano un contesto di rischio plausibile e un pattern di interessi convergenti, non una catena di comando dimostrata. La distinzione tra “convenienza oggettiva per Mosca” e “regia diretta di Mosca” resta il punto analiticamente più delicato dell’intera vicenda, ed è opportuno che il lettore la tenga sempre presente.

Il nodo elettorale: una destra divisa vale una vittoria per il campo largo

I numeri aiutano a capire perché lo scenario abbia guadagnato credibilità politica. Secondo la simulazione elaborata da YouTrend per Sky TG24 sulla base delle attuali intenzioni di voto, applicando la legge elettorale proposta dalla maggioranza, il centrodestra otterrebbe attorno a 226 seggi se Vannacci rientrasse nella coalizione. Se invece “Futuro Nazionale” corresse in autonomia, lo scenario si ribalterebbe radicalmente: il centrosinistra salirebbe a circa 221 seggi contro i 139 del centrodestra, mentre il partito di Vannacci ne otterrebbe circa 25. È un divario che rende tutt’altro che teorica la domanda posta da Cicchitto: una destra divisa potrebbe consegnare la maggioranza parlamentare ai suoi avversari, con tutto ciò che ne conseguirebbe sulla linea italiana verso Kiev.

Non stupisce, in questo quadro, che gli stessi vertici del centrodestra abbiano reagito con nervosismo alle avance più o meno esplicite rivolte a Vannacci da alcuni esponenti della maggioranza, né che il ministro degli Esteri Antonio Tajani abbia pubblicamente messo in guardia, all’inizio di settembre, sul rischio di interferenze elettorali esterne in vista del voto del prossimo anno. Al tempo stesso, figure di peso di Forza Italia hanno escluso con nettezza l’ingresso di “Futuro Nazionale” nel perimetro della coalizione, definendolo incompatibile con l’attuale collocazione europea e atlantica del centrodestra italiano.

Conclusione: un rischio da monitorare, non una sentenza da emettere

L’ipotesi formulata da Cicchitto non va letta come un atto d’accusa giudiziario, ma come un esercizio di analisi strategica che individua una convergenza di interessi oggettivi tra Mosca e la frammentazione del centrodestra italiano. Vannacci resta, con le sue posizioni pubbliche sulla Russia e sulle sanzioni, una figura funzionale a tale convergenza, indipendentemente dal fatto che esista o meno una regia diretta del Cremlino dietro le sue scelte politiche. Per l’Italia, paese che fornisce assistenza militare all’Ucraina e sostiene la politica sanzionatoria dell’Unione, il rischio di un’ulteriore polarizzazione del campo conservatore — con conseguenze dirette sugli equilibri di governo e sulla continuità della linea filoucraina di Roma — è un tema che merita attenzione analitica costante, al netto di ogni tentazione di trasformare un’ipotesi plausibile in una certezza non ancora dimostrata.

Autore: Marco Bianchi