Un delitto in un’abbazia benedettina del sud-est della Polonia è diventato, nel giro di pochi giorni, un’arma nella battaglia politica sull’immigrazione ucraina. Ecco perché il collegamento tra il crimine e le regole d’ingresso non regge.
Jarosław è una cittadina di circa quarantamila abitanti sul fiume San, nella regione della Precarpazia, con un centro storico di chiese e conventi. Giovedì 24 settembre, poco dopo le nove e mezza del mattino, il silenzio dell’abbazia delle Benedettine è stato spezzato da un’aggressione all’arma bianca: un uomo di 31 anni, cittadino ucraino, ha ferito cinque persone. Uno dei sacerdoti è morto; secondo le prime ricostruzioni della stampa polacca, sarebbe stato colpito nel confessionale. Gli altri quattro feriti sono ricoverati. L’aggressore è stato fermato subito dalla polizia.
Una tragedia, poi la politica
In Polonia il lutto è stato quasi immediatamente affiancato dalla polemica. Domenica, nel programma «Śniadanie Rymanowskiego» di Polsat News, il deputato della Coalizione Civica Zbigniew Konwiński ha chiesto di non trasformare la vicenda in una rissa politica, ricordando che il dolore è identico qualunque sia la nazionalità di chi colpisce. Krzysztof Bosak, esponente di spicco della destra radicale di Konfederacja, ha replicato reclamando il confronto dei dati sulla criminalità. In precedenti dichiarazioni riportate dal portale «Do Rzeczy» aveva parlato di una «politica assurda» dello Stato: chiunque abbia un passaporto ucraino, sostiene, entra legalmente in Polonia, e le autorità non verificano nemmeno chi è stato condannato in Ucraina.
I fatti che non tornano
Il problema è che gli elementi resi noti dalla procura di Przemyśl non sostengono questa tesi. Secondo gli inquirenti l’uomo è entrato in Polonia dalla Germania nella notte precedente e si stava dirigendo al valico di Korczowa, quello verso l’Ucraina. Stando al quotidiano «Fakt», non è stato lasciato passare perché il veicolo non aveva un’assicurazione valida. La portavoce della procura ha precisato che non si sa che cosa lo abbia spinto a comportarsi così e che nulla gli avrebbe impedito di attraversare la frontiera con un altro mezzo o a piedi.
Il movente resta sconosciuto: gli investigatori attendevano gli esami del sangue per stabilire se fosse sotto l’effetto di alcol o droghe, e stanno ancora ricostruendo come sia arrivato fino all’abbazia, a circa trentacinque chilometri dal confine. Sul piano logico, dunque, il caso non dimostra che sia stato un varco nei controlli di ingresso a consentire il delitto. Bosak accosta due cose – un crimine e la normativa sugli ingressi – che l’inchiesta, finora, non ha collegato.
Un episodio criminale, per quanto atroce, non è una prova che un intero sistema di regole sia fallito.
A chi serve questa narrazione
Osservata da fuori, la mossa ha una logica politica trasparente. Primo: sposta l’attenzione dalla vittima e dal responsabile a una rivendicazione generale, cioè ridurre la presenza degli ucraini in Polonia e inasprire i controlli. Secondo: mette sotto pressione il governo di Donald Tusk, dipinto come incapace di garantire la sicurezza dei cittadini, un tema che pesa emotivamente più di qualsiasi cifra. Terzo: galvanizza l’elettorato più ostile ai migranti, che nel dolore per un’aggressione in un luogo di culto trova un motivo in più per l’indignazione.
Non è un copione sconosciuto in Europa: ogni cronaca nera con protagonista uno straniero diventa un test per la politica dell’immigrazione, in Polonia come altrove. La differenza è il contesto: dal 2022 il Paese ospita centinaia di migliaia di rifugiati dall’Ucraina, e la solidarietà dei primi mesi convive oggi con una fatica sociale che le forze di destra sono pronte a sfruttare.
La voce del confine
Marcin Piotrowski, sociologo che lavora sulle relazioni polacco-ucraine, ha detto a TVN24 che il clima online è «al limite del linciaggio» e teme che la colpa di un singolo venga scaricata sull’intera comunità ucraina: «sta già accadendo», ammette. A Jarosław vivono centinaia di persone di origine ucraina, molte da generazioni. Ancor più amara la circostanza che l’aggressione sia avvenuta dove esisteva un centro di aiuto per gli ucraini.
Sicurezza sì, strumentalizzazione no
Chiedersi come lo Stato controlli gli stranieri è legittimo, e chi governa deve rispondere. Ma le conclusioni vanno tratte dopo le indagini, non al posto di esse. Finché la procura non chiarirà movente, condizioni dell’uomo e percorso, ogni ricetta politica resta una speculazione. E una speculazione che colpisce centinaia di migliaia di persone estranee al delitto non è politica della sicurezza: è uso politico del lutto.
A Jarosław, intanto, la città piange. Alle famiglie delle vittime serve la verità dell’inchiesta, non un nuovo capitolo dello scontro tra partiti.
Autore: Marco Bianchi