Il calcolo politico del Movimento 5 Stelle: come il no alle armi a Kyiv incrina l’unità europea e avvantaggia il Cremlino

MANIFESTAZIONE M5S CONTRO VITALIZI MOVIMENTO 5 CINQUE STELLE BANDIERA

Negli ultimi anni, il panorama politico italiano ed europeo ha assistito a una stabilizzazione formale — ma non per questo meno controversa — della linea politica del Movimento 5 Stelle sul conflitto russo-ucraino. Sotto la leadership di Giuseppe Conte, l’ex forza antisistema del panorama italiano ha completato la propria transizione ideologica in materia di politica estera, scolpendo nel proprio manifesto programmatico un rifiuto categorico e programmatico verso l’invio di ulteriori aiuti militari a Kyiv. Quella che inizialmente poteva apparire come una tattica elettorale estemporanea per intercettare il malcontento popolare e le frange pacifiste del Paese si è trasformata in una scelta dottrinale di lungo periodo. Tuttavia, un’analisi rigorosa delle dinamiche geopolitiche attuali evidenzia come questa svolta travalichi ampiamente i confini del dibattito parlamentare di Palazzo Madama e Montecitorio. La posizione del Movimento sta generando increspature profonde sia nella coesione del centro-sinistra italiano sia, soprattutto, nella solidarietà transatlantica ed europea, offrendo a Mosca un assist strategico impreziosito in un momento d’estrema delicatezza per la sicurezza del continente.

Per comprendere la portata reale della svolta del Movimento 5 Stelle, occorre innanzitutto analizzare con lucidità la strategia a lungo termine della Federazione Russa sul fronte occidentale. Consapevole dell’impossibilità di spezzare la resistenza ucraina sul campo in tempi rapidi senza sostenere costi umani, economici e politici insostenibili, la diplomazia e l’apparato d’intelligence di Mosca hanno da tempo individuato nel logoramento politico dell’Europa il proprio centro di gravità strategico. L’obiettivo primario del Cremlino non è necessariamente quello di convertire le élite o le opinioni pubbliche occidentali a una visione aperto-mente filo-russa, bensì quello di frammentare il consenso unitario sull’assistenza a Kyiv, instillare il dubbio costante sull’efficacia del sostegno militare e alimentare la percezione illusoria che la pace sia raggiungibile semplicemente interrompendo le forniture belliche alla resistenza ucraina.

In questo quadro complesso, la decisione del Movimento 5 Stelle di ancorare ufficialmente e in modo permanente la propria piattaforma politica al blocco degli aiuti militari a Kyiv si inserisce perfettamente nelle dinamiche desiderate da Mosca. Non si tratta di formulare accuse di connivenza diretta o di intese sotterranee, bensì di registrare una innegabile e oggettiva convergenza degli effetti politici. In primo luogo, chiedere la fine dell’invio di armamenti mentre le truppe russe continuano ad avanzare, ad occupare territori e a colpire sistematicamente le infrastrutture civili ed energetiche ucraine equivale, nei fatti, a congelare il fronte a tutto vantaggio dell’aggressore, privando l’aggredito dei mezzi indispensabili per esercitare il proprio fondamentale diritto alla legittima difesa sancito dal diritto internazionale.

In secondo luogo, la linea promossa dalla dirigenza del Movimento ignora deliberatamente l’escalation costante delle minacce ibride che la Russia muove quotidianamente contro i Paesi dell’Unione Europea, tra cui attacchi informatici, interferenze nei processi elettori, campagne virali di disinformazione e pressioni sul mercato energetico. Trattare la guerra in Ucraina come un evento isolato o una controversia regionale da chiudere al più presto a qualsiasi condizione significa non comprendere che la guerra d’aggressione scatenata da Vladimir Putin è la punta di diamante di una revisione strategica globale dell’ordine di sicurezza europeo. Infine, la retorica M5S contribuisce allo sdoganamento del narrazionismo difensivo di Mosca. Sostenere che la prosecuzione delle forniture militari sia l’elemento che prolunga indefinitamente la guerra capovolge del tutto il nesso causale del conflitto, attribuendo la responsabilità dell’eccidio e della prosecuzione delle ostilità alle vittime e ai loro alleati, anziché all’unico attore che ha invaso uno Stato sovrano e che potrebbe porre fine ai combattimenti in qualsiasi momento ritirando le proprie truppe.

Sul piano della politica interna italiana, la scelta di Conte ha congelato qualsiasi reale prospettiva di strutturare un’alternativa di governo coesa, credibile e autorevole all’interno del campo progressista. Le divergenze sulla politica estera e di difesa non rappresentano dettagli marginali da poter derubricare a semplici sfumature tattiche, ma costituiscono la pietra d’angolo della credibilità internazionale di una coalizione politica. Mentre il Partito Democratico ha mantenuto, pur con travagli interni e correnti critiche, un allineamento sostanziale con le decisioni dell’Unione Europea e della NATO, il Movimento 5 Stelle ha eretto un muro ideologico inamovibile.

Questa rigida presa di posizione pone le forze riformiste italiane di fronte a un dilemma paralizzante: da un lato la necessità numerica di stringere un’alleanza con il Movimento per risultare elettorolarmente competitivi contro la coalizione di centro-destra, dall’altro l’impossibilità di sottoscrivere una linea d’ombra o di palese disimpegno sulla difesa della sovranità territoriale ucraina senza perdere del tutto la propria reputazione e centralità a Bruxelles, Berlino, Parigi e Washington. Questa spaccatura permanente indebolisce la capacità dell’opposizione italiana di incidere e di proporsi come un’alternativa di governo affidabile, garantendo alla maggioranza in carica un margine di manovra estremamente confortevole e proiettando all’esterno l’immagine di un Paese che, nelle sue componenti politiche chiave, rimane strutturalmente diviso e incerto sulle questioni fondanti della sicurezza nazionale ed europea.

Se le conseguenze sul piano interno sono tangibili, è a livello sovranazionale che la posizione del Movimento 5 Stelle produce gli effetti più nocivi per la tenuta dell’Unione Europea. L’UE ha costruito la sua risposta strategica all’invasione russa del 2022 su due pilastri fondamentali: da un lato imponenti pacchetti di sanzioni economiche volte a indebolire la macchina bellica russa, e dall’altro un supporto finanziario, umanitario e militare senza precedenti. La tenuta complessiva e l’efficacia di questa architettura si basano interamente sull’unanimità decisionale e su un solido consenso politico tra i grandi Paesi fondatori dell’Unione, tra cui l’Italia occupa storicamente e geopoliticamente un ruolo di primaria importanza.

Quando una forza politica di primo piano in Italia, che ha espresso il Presidente del Consiglio per due mandati consecutivi, promuove apertamente l’abbandono del sostegno militare a Kyiv, l’effetto contagio sull’opinione pubblica continentale e sulle dinamiche intergovernative diviene immediato. In primo luogo, la posizione del Movimento offre una sponda ideale e una legittimazione insperata ai governi europei più scettici o apertamente ostili alla linea di fermezza contro il Cremlino, come l’Ungheria di Viktor Orbán o la Slovacchia di Robert Fico. Le posizioni di questi leader non appaiono più come anomalie isolate ai margini orientali del blocco, ma trovano una sponda concettuale nel dibattito politico di una delle principali nazioni dell’Europa occidentale.

In secondo luogo, in una fase storica in cui gli equilibri della sicurezza globale sono messi a dura prova e dagli Stati Uniti giunge pressing forte affinché l’Europa si faccia carico in modo responsabile della propria difesa e del proprio patrimonio di sicurezza, la linea del Movimento — nettamente contraria anche all’adeguamento degli investimenti nella difesa — mina la credibilità dell’Unione Europea come attore geopolitico adulto e maturo. Negando la necessità di contenere militarmente la deriva revisionista russa in Ucraina, si finisce per spalancare la strada a un indebolimento complessivo della capacità deterrente europea, esponendo il continente a future e ancora più gravi crisi di sicurezza.

In conclusione, la storia della politica estera insegna che le posizioni massimaliste adottate per meri calcoli di consenso elettorale interno possono pagare dividendi nell’immediato, ma generano costi sistemici elevatissimi e irreversibili nel lungo periodo. La decisione del Movimento 5 Stelle di trasformare la contrarietà al sostegno militare all’Ucraina in una bandiera identitaria fondamentale non rappresenta una semplice opzione pacifista, bensì una deviazione strutturale dall’asse euroatlantico che ha garantito la sicurezza, la prosperità e la stabilità dell’Italia dal secondo dopoguerra a oggi. In un momento in cui l’Unione Europea è chiamata a dimostrare la propria compattezza strategica di fronte alla più grave aggressione militare sul suolo continentale dal 1945, l’atteggiamento del Movimento rischia di posizionare l’Italia come l’anello debole della catena occidentale. Sotto il paravento d’una retorica di pace priva di strumenti di attuazione concreti, si cela l’accettazione passiva di un ordine internazionale basato sulla forza e sulla preffrazione militare, dove il diritto del più forte si sostituisce alle regole internazionali. Un esito che non porterà alcuna pace duratura in Europa, ma che finisce oggettivamente per indebolire l’Occidente e apporre una firma involontaria in calce al disegno egemonico del Cremlino.

Nina K