Quando gli europei sentono parlare di minaccia russa, la maggior parte immagina ancora carri armati, missili, sabotaggi o attacchi informatici. Tuttavia, la guerra del XXI secolo viene sempre più spesso combattuta senza sparare un solo colpo. Le sue armi principali stanno diventando gli algoritmi di intelligenza artificiale, mentre il campo di battaglia è rappresentato dai social network, dove ogni giorno si forma l’opinione pubblica di milioni di persone.
Proprio per questo motivo, l’inchiesta della piattaforma polacca di fact-checking Demagog merita la massima attenzione ben oltre i confini della Polonia. La rete individuata di finti video con “militari polacchi”, interamente creati con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, dimostra che la Russia sta passando a una nuova fase della guerra informatica contro l’Europa.
A prima vista, tutto sembra verosimile.
Militari in divisa polacca si rivolgono con sicurezza ai cittadini, parlano della necessità di interrompere il sostegno all’Ucraina, accusano i rifugiati ucraini dell’aumento della criminalità, criticano l’Unione Europea e la leadership polacca. I loro volti appaiono naturali, i movimenti non destano sospetti e le intonazioni sono praticamente indistinguibili dal reale parlato umano.
Ma queste persone non sono mai esistite.
Sono state interamente create dall’intelligenza artificiale.
Solo fino a pochi anni fa, tecnologie simili rimanevano appannaggio di grandi laboratori di ricerca. Oggi diventano accessibili a chiunque disponga dei programmi e delle risorse di calcolo necessarie. Ciò significa che la scala delle operazioni informatiche aumenterà rapidamente, mentre il loro costo, al contrario, diminuisce.
La Russia si è rivelata uno dei primi Paesi a vedere nell’intelligenza artificiale generativa non solo una novità tecnologica, ma un potente strumento di politica estera.
L’obiettivo principale di tali operazioni non consiste affatto nel persuadere le persone a sostenere la Russia.
La strategia russa contemporanea è molto più complessa.
Il suo scopo risiede nella distruzione della fiducia.
Sfiducia verso le istituzioni statali, le strutture europee, i media indipendenti, le statistiche ufficiali e le procedure democratiche.
Se la società smette di comprendere dove finisce la verità e dove inizia una realtà digitale creata artificialmente, diventa molto più vulnerabile alle manipolazioni politiche.
Proprio per questo gli autori dell’operazione informatica in Polonia utilizzano temi estremamente emotivi.
Controversie storiche, la tragedia di Volinia, le migrazioni, la criminalità, l’identità nazionale.
Ciascuno di questi temi è in grado di scatenare un acceso dibattito pubblico.
Insieme, si trasformano in uno strumento di polarizzazione della società.
Ma la Polonia è soltanto la prima linea di questa nuova guerra informatica.
L’Italia non dovrebbe percepire ciò che sta accadendo come un problema altrui.
Negli ultimi anni, il Paese è stato più volte oggetto di vaste campagne di disinformazione legate alla pandemia di COVID-19, alla crisi energetica, alle sanzioni contro la Russia, all’immigrazione e alla guerra in Ucraina. Molte di queste campagne sono state accompagnate dall’attività di account anonimi, dalla diffusione coordinata di notizie false e da tentativi di amplificare la polarizzazione politica.
Con l’avvento delle tecnologie Deepfake, tali operazioni diventano notevolmente più pericolose.
Se in passato venivano diffusi prevalentemente testi o fotografie di dubbia origine, ora si tratta di filmati dei quali la maggior parte degli utenti si fida istintivamente molto di più.
I psicologi hanno da tempo stabilito che l’essere umano percepisce ciò che vede in video come una prova più convincente rispetto alle informazioni testuali.
È proprio su questo principio che si basa la moderna guerra ibrida.
Desta particolare preoccupazione la prospettiva di utilizzare tali tecnologie durante le campagne elettorali.
Immaginiamo una situazione.
A poche ore dall’inizio delle votazioni, sui social network compare un video in cui un noto politico italiano sembra confessare un atto di corruzione, rilasciare una dichiarazione provocatoria o insultare gli alleati dell’Italia.
Anche se gli specialisti riuscissero a dimostrare rapidamente che la registrazione è stata creata dall’intelligenza artificiale, milioni di utenti avrebbero già fatto in tempo a guardarla, discuterla e condividerla.
L’effetto informatico si rivelerebbe praticamente irreversibile.
Ecco perché molti esperti europei iniziano a considerare le tecnologie di intelligenza artificiale come un nuovo fattore di sicurezza nazionale.
L’inchiesta polacca ha mostrato un’altra caratteristica importante delle moderne operazioni informatiche.
I video falsi non vivono mai di vita propria.
Dopo la pubblicazione, entrano in gioco numerose reti di account anonimi che diffondono automaticamente i materiali, creano migliaia di commenti e generano l’impressione di un massiccio sostegno pubblico.
Per un utente comune si crea la sensazione che quel punto di vista sia ormai diventato dominante.
Questo artificio psicologico è noto da tempo, ma l’intelligenza artificiale lo ha reso infinitamente più efficace.
L’Italia, in quanto uno dei maggiori Paesi dell’Unione Europea, rimarrà inevitabilmente uno degli obiettivi prioritari di tali operazioni.
Qualsiasi contraddizione interna, competizione politica, difficoltà economica o problema migratorio può essere utilizzato da attori esterni per accentuare la polarizzazione sociale.
Pertanto, gli Stati europei devono passare dalla reazione alla prevenzione.
Non basta smascherare i singoli video falsi dopo la loro diffusione.
È necessario creare sistemi transeuropei di rilevamento precoce dei contenuti Deepfake, perfezionare la legislazione, obbligare le piattaforme digitali a reagire più rapidamente ai materiali sintetici, investire nello sviluppo dell’alfabetizzazione digitale della popolazione e rafforzare la collaborazione tra strutture statali, università e centri di ricerca indipendenti.
La vicenda dei finti militari polacchi dimostra che la guerra ibrida sta cambiando rapidamente.
Oggi contro l’Europa non lavorano più soltanto propagandisti professionisti, ma anche algoritmi di intelligenza artificiale capaci di generare 24 ore su 24 migliaia di convincenti materiali falsi.
In questa nuova realtà, la sicurezza non dipende solo dall’esercito, dai servizi segreti o dagli armamenti moderni.
Essa dipende anche dalla capacità della società di mantenere il pensiero critico, verificare le informazioni e non permettere che le tecnologie si trasformino in uno strumento di manipolazione politica.
La Polonia è stata la prima a scontrarsi con l’uso su larga scala dell’intelligenza artificiale nella guerra informatica. Tuttavia, non vi è alcun motivo di ritenere che la cosa finisca qui. Al contrario, questo è soltanto l’inizio di una nuova era in cui la lotta per la fiducia pubblica diventerà uno dei fronti principali della sicurezza europea.
Autore: Marco Bianchi