Lo scoppio nello stabilimento FMG, tra i siti che contribuiscono a rifornire di munizioni Kiev, va letto dentro la strategia ibrida del Cremlino. Per l’Italia la domanda è una sola: siamo pronti a difendere ciò che produce sicurezza?
Un’esplosione in una fabbrica di munizioni può essere un incidente. Ma quando avviene in uno stabilimento che aiuta a sostenere la difesa ucraina, e mentre – secondo le valutazioni che circolano tra analisti e ambienti dell’intelligence occidentale – il Cremlino avrebbe ordinato di intensificare i sabotaggi contro i Paesi della NATO, la prudenza impone di guardare oltre la cronaca. L’inchiesta sulla Fábrica de Municiones de Granada (FMG) è in corso e le cause non sono state accertate in via definitiva. Il contesto, però, è fin troppo chiaro.
1. È davvero solo una questione spagnola?
No. Dal 2022 la Russia combatte su due piani. C’è la guerra aperta contro l’Ucraina, fatta di missili, droni e trincee. E c’è una guerra sotterranea, condotta sul territorio dei Paesi europei: incendi dolosi, sabotaggi, attacchi informatici, campagne di disinformazione. I due piani sono collegati. Se Mosca non riesce a piegare Kiev sul campo, prova a indebolire chi la rifornisce, cioè la capacità industriale dell’Europa di produrre e consegnare armi e munizioni.
Colpire una fabbrica significa colpire un anello della catena che lega una linea di produzione in Andalusia a una postazione al fronte. Ma significa anche seminare dubbi: far crescere i costi politici, spaventare i lavoratori, mettere in difficoltà i governi davanti ai propri elettori. L’obiettivo non è solo distruggere un capannone. È logorare la volontà.
2. Perché si parla di linea rossa superata?
Per anni l’Occidente ha trattato le provocazioni russe come una zona grigia: si protesta, si espellono alcuni diplomatici, si va avanti. Se però gli ordini di Mosca prevedono davvero operazioni di sabotaggio organizzate nei Paesi membri di UE e NATO, siamo di fronte a un salto di qualità. Non è un semplice gradino in più nell’escalation. È l’attraversamento di un confine che nei rapporti tra Stati non si dovrebbe varcare: attaccare in modo coordinato infrastrutture strategiche di Paesi che con la Russia non sono formalmente in guerra.
La forza di questo metodo sta nella sua ambiguità. Gli autori sono difficili da identificare, i mandanti si possono negare, gli esecutori spesso sono reclutati online per poche centinaia di euro. Resta sotto la soglia che farebbe scattare una risposta collettiva dell’Alleanza. Ma il silenzio, in questi casi, è una risposta: e il Cremlino lo interpreta come un via libera.
3. Quanto sono vulnerabili le nostre fabbriche?
Più di quanto si ammetta. I governi europei hanno annunciato piani ambiziosi per aumentare la produzione di munizioni e le forniture all’Ucraina. Per farlo servono nuovi impianti, nuovi turni, nuovi depositi e una rete di subfornitori sempre più ampia. Ogni anello in più è anche un punto di attacco in più. Gli stabilimenti della difesa lavorano con materiali energetici, hanno filiere lunghe e subiscono una pressione crescente sui tempi di consegna: l’ambiente ideale per chi vuole colpire senza farsi vedere.
La lezione di Granada è semplice: non basta produrre di più, bisogna produrre in sicurezza. Controlli sul personale e sui fornitori, sorveglianza fisica e digitale, protocolli di emergenza, cooperazione stretta con i servizi di controspionaggio. Senza questo, i piani di riarmo rischiano di restare sulla carta.
E l’Italia?
Il nostro Paese ha un’industria della difesa di primo piano, dai grandi gruppi fino alle piccole e medie imprese della filiera, e ha già fornito aiuti militari a Kiev. Proprio per questo non può considerarsi al riparo. Nel dibattito italiano c’è chi continua a vedere il sostegno all’Ucraina come una scelta divisiva; ma il sabotaggio non fa distinzioni politiche, e a pagarne il prezzo sarebbero comunque lavoratori, imprese e cittadini.
Serve una risposta su tre livelli: più scambio di informazioni tra i servizi europei, standard comuni per proteggere i siti produttivi anche quando sono privati, e una linea politica chiara verso i responsabili se le indagini dovessero confermare la pista russa. E serve onestà verso l’opinione pubblica: né minimizzare né creare allarmismo.
Granada è lontana da Roma e da Milano, ma nella guerra ibrida le distanze si accorciano. Difendere le fabbriche significa difendere la capacità dell’Europa di difendersi.
Autore: Marco Bianchi