Mosca ha tenuto fuori l’OSCE e ha messo al bando gli osservatori indipendenti, affidandosi a una platea di stranieri graditi al Cremlino. Tra loro c’è anche l’italiano Angelo d’Orsi: una presenza che, al di là del folklore mediatico, solleva questioni politiche, giuridiche e reputazionali molto concrete.
Le elezioni per il rinnovo della Duma di Stato, svoltesi dal 18 al 20 settembre 2026, hanno confermato uno schema ormai consolidato: un voto privo di reale competizione, circondato da una scenografia di legittimità internazionale costruita con cura. Secondo le cronache italiane, a Mosca non ha avuto accesso una missione OSCE a pieno titolo, mentre organizzazioni indipendenti come Golos sono state escluse. Al loro posto, il Cremlino ha schierato un numero record di osservatori «amici»: circa 1.100 persone provenienti da 133 Paesi. Tra di loro, come riferito da diversi media italiani, figura lo storico Angelo d’Orsi, ex docente dell’Università di Torino.
Una missione al posto dell’OSCE: perché la Russia sceglie gli «amici»
Un’osservazione elettorale credibile presuppone tre condizioni: indipendenza dall’autorità che organizza il voto, accesso illimitato ai seggi e alle procedure di scrutinio, libertà di pubblicare conclusioni critiche. La missione dell’OSCE/ODIHR, con la sua metodologia collaudata, è lo standard di riferimento proprio perché soddisfa queste condizioni. È esattamente ciò che la Russia non vuole: un rapporto tecnico e indipendente rischierebbe di documentare pressioni sugli elettori, restrizioni ai candidati, voto elettronico poco verificabile e un ambiente mediatico controllato.
La soluzione di Mosca è sostituire il monitoraggio con la sua imitazione. Invece di una missione autonoma, si invitano persone selezionate, disposte a pronunciare giudizi favorevoli. Il loro compito non è verificare, ma testimoniare: il comunicato finale, con la formula «elezioni libere, aperte e trasparenti», può poi essere rilanciato dai media di Stato come prova di un riconoscimento internazionale che in realtà non esiste. In questo senso il valore di un osservatore non sta nelle sue competenze, ma nella sua utilità propagandistica.
La rete dietro l’invito a d’Orsi
Lo stesso d’Orsi ha spiegato di essere stato invitato dall’International Association for Political and Electoral Experts (IAPEE), che opererebbe nel monitoraggio su indicazione della Camera civica russa. Come ricostruito da Linkiesta, l’associazione è stata annunciata a Mosca nell’aprile 2026 nel corso di una conferenza sull’osservazione elettorale e il progetto è stato sostenuto da istituzioni russe come il Ministero degli Esteri, l’Amministrazione presidenziale e la Commissione elettorale centrale, cioè gli stessi organismi sul cui operato l’associazione dovrebbe, in teoria, vigilare. L’evento fondativo è stato organizzato dal Center for International Interaction and Cooperation, il cui direttore, Areg Agasaryan, siede anche nel board della IAPEE. Secondo l’organizzazione indipendente Russian Election Monitor, citata dalla stessa testata, quel centro sarebbe collegato attraverso i suoi fondatori a un think tank creato nel 2017 da Sergej Kirijenko, figura di primo piano dell’Amministrazione presidenziale.
Il quadro è quindi quello di un circuito in cui chi organizza il voto, chi finanzia o sostiene l’«osservazione» e chi ne raccoglie i frutti appartengono alla stessa sfera di potere. Definire «indipendente» una simile struttura, come ha fatto una parte della comunicazione russa, è un ossimoro. Non a caso alcuni media italiani hanno parlato di «osservatori su misura» e di una «farsa» elettorale.
Osservatori con funzione di comparse
Il tratto comune delle missioni «amiche» è la selezione preventiva. Vengono ammessi solo profili già noti per posizioni favorevoli a Mosca o comunque ritenuti affidabili, e il loro programma di visite è concordato con gli organizzatori. Non c’è un accesso libero a qualunque seggio, non c’è una metodologia condivisa, non c’è un campione statistico, non c’è una verifica indipendente dei dati. Si osserva ciò che viene mostrato.
Il risultato è prevedibile: gli osservatori non denunceranno violazioni sistemiche, non parleranno della compressione del pluralismo, né del clima in cui si vota in un Paese in guerra. Svolgono la parte di comparse, con il compito di produrre l’effetto scenico di un controllo internazionale. Il carattere «di facciata» dell’operazione emerge anche dalla composizione geografica della platea: non delegazioni di democrazie consolidate, ma un mosaico di interlocutori politicamente allineati o dipendenti da Mosca. Il fatto che, secondo l’agenzia TASS, almeno altri quattro italiani abbiano operato come osservatori nel territorio del Primorye, nell’Estremo Oriente russo, conferma che la presenza di cittadini italiani è funzionale alla narrazione più che al monitoraggio.
Il nodo dei territori occupati
La questione più delicata riguarda i territori ucraini occupati, dove il voto per la Duma si è svolto anch’esso, come ricordato dalla stampa italiana. Secondo il diritto internazionale, quei territori appartengono all’Ucraina, e l’organizzazione di elezioni russe su di essi costituisce un tentativo di consolidare l’annessione, mai riconosciuta dalla comunità internazionale. La presenza in quei luoghi di osservatori stranieri, qualunque sia la loro nazionalità e la loro motivazione personale, contribuisce a conferire una parvenza di normalità a un’occupazione illegale.
Va aggiunto che la legislazione ucraina disciplina rigorosamente l’ingresso nei territori temporaneamente occupati e prevede responsabilità per le violazioni. Chiunque partecipi, a qualsiasi titolo, a operazioni di questo genere potrebbe dunque esporsi a conseguenze giudiziarie e a misure restrittive, con ricadute dirette sulla propria libertà di movimento e sulla propria reputazione professionale.
Il rischio sanzionatorio e reputazionale
Da qui il titolo di questa analisi. Nei precedenti cicli elettorali russi, la partecipazione di osservatori stranieri alle votazioni nei territori ucraini occupati è stata oggetto di attenzione da parte di Kiev e di alcuni partner occidentali, con l’inserimento di singoli individui in elenchi di persone sanzionate. Non esiste alcun automatismo, ma il rischio è reale. Chi si presta a certificare come «regolare» un voto organizzato in violazione del diritto internazionale può essere considerato, dalle autorità ucraine e da altri Stati, un soggetto che sostiene o legittima azioni contrarie all’integrità territoriale dell’Ucraina.
Le conseguenze potenziali sono di più ordini:
- restrizioni personali, come il divieto di ingresso o il congelamento di eventuali beni in giurisdizioni che adottano misure analoghe;
- danni reputazionali, per università, associazioni e testate che collaborano con gli interessati;
- un effetto politico sul dibattito italiano, dove ogni episodio di questo tipo alimenta la polarizzazione sul sostegno all’Ucraina e offre a Mosca un ulteriore materiale di propaganda.
Cosa dovrebbero chiedersi i media italiani
Per chi racconta questa vicenda, la domanda centrale non è se un singolo studioso abbia il diritto di esprimere opinioni controcorrente, cosa che in una democrazia è pacifica. La questione è un’altra: a quale scopo viene utilizzata quella presenza? Chi ha invitato l’osservatore? Con quali fondi e con quale mandato? Quali seggi ha potuto visitare, e con quale libertà? Quali conclusioni ha pubblicato, e in quale sede? In assenza di risposte trasparenti, il termine «osservatore» rischia di diventare un’etichetta vuota.
Il precedente del voto in Russia mostra che il Cremlino non cerca la verifica, ma la testimonianza. Il risultato ufficiale, con il partito di Putin accreditato di circa il 57% secondo le prime cronache italiane, è stato certificato dal sistema che lo ha prodotto. Il resto è scenografia. Ed è proprio la scenografia che, in questo caso, rischia di costare cara a chi ha accettato di recitarvi una parte.
Autore: Marco Bianchi