Futuro Nazionale, la chat della vergogna: nostalgie per Hitler e inviti al golpe

Trecento iscritti, dirigenti locali compresi, in un gruppo WhatsApp pieno di insulti razzisti e antisemiti. Il coordinatore Simoni prende le distanze, ma le domande sul partito di Vannacci restano aperte.

Una chat privata, quasi trecento iscritti, e un contenuto che ha lasciato senza fiato anche osservatori abituati alla retorica dura della destra radicale italiana. È lo scandalo che in questi giorni sta scuotendo Futuro Nazionale, il movimento fondato dall’ex generale Roberto Vannacci dopo la sua uscita dalla Lega. A portarlo alla luce è stata un’inchiesta di la Repubblica, firmata dal giornalista Matteo Pucciarelli, che ha potuto visionare i messaggi scambiati all’interno del gruppo denominato “Vannacci ultima speranza”.

Il quadro che emerge dalle conversazioni è a dir poco inquietante. Tra i partecipanti, in gran parte legati ai comitati territoriali del partito, soprattutto in Lombardia, circolavano frasi di aperta apologia del nazismo e del fascismo, accompagnate da insulti razzisti e antisemiti rivolti a ebrei e arabi.

«Arabi di mer*a! Dovrebbero essere sterminati!»

si legge in uno dei messaggi riportati dal quotidiano. In un altro passaggio, gli ebrei vengono descritti come “bestie, adoratori di Satana, pedofili, cannibali”. Non mancano nemmeno gli omaggi diretti al Führer: in uno scambio si legge che Adolf Hitler “ambiva a creare gli Stati Uniti del mondo” e che, se non fosse stato fermato, “a quest’ora parleremmo tutti tedesco”.

Ma il dato che più preoccupa gli analisti politici riguarda gli attacchi diretti all’architettura costituzionale della Repubblica. Diversi utenti definiscono la Costituzione italiana un testo “da buttare nel cesso”, mentre altri messaggi invocano apertamente un'”azione di forza” per uscire da quello che viene descritto come “immobilismo totale”. Il riferimento più esplicito è a Junio Valerio Borghese, comandante della Decima Flottiglia MAS durante la Repubblica di Salò e promotore del tentato golpe del 1970: alcuni membri della chat lo evocano come modello, in un contesto in cui la fedeltà al “generale” Vannacci viene descritta con toni quasi militari — “siamo agli ordini del generale, stand-by quindi” — in attesa di indicazioni operative.

Secondo la ricostruzione giornalistica, la chat era amministrata da Renato Maturo, avvocato milanese e referente del comitato 421, già collaboratore del presidente del Senato Ignazio La Russa. Tra i partecipanti compaiono anche figure note dell’ambiente della destra radicale meneghina, come Roberto Jonghi Lavarini, soprannominato il “barone nero”, ed ex membri del centro studi del partito.

La difesa del partito non convince

Di fronte alle polemiche, il coordinatore nazionale di Futuro Nazionale, Massimiliano Simoni, ha immediatamente preso le distanze, sostenendo che il gruppo “non può in alcun modo essere attribuito alla dirigenza nazionale del movimento”. Nella nota diffusa dal partito, Simoni richiama una circolare interna dell’aprile 2026 che avrebbe già vietato le chat “libere” con più di sessanta partecipanti, imponendo la modalità di sola lettura oltre quella soglia.

Si tratta, tuttavia, di una linea difensiva che fatica a reggere il confronto con i fatti. Il gruppo incriminato contava quasi trecento membri — cinque volte il limite che il partito stesso dichiara di essersi dato — ed era amministrato non da anonimi simpatizzanti, ma da un referente territoriale organico alla struttura di Futuro Nazionale. Nessuno, all’interno della chat, risulta aver preso pubblicamente le distanze dai messaggi più estremi nel momento in cui venivano pubblicati. La differenza tra il regolamento scritto e la prassi reale racconta, semmai, l’esistenza di un ambiente in cui certi linguaggi circolavano senza filtri né sanzioni interne, tollerati fino a quando non sono diventati di dominio pubblico.

Un caso che va oltre la singola chat

Lo scandalo arriva in un momento delicato per Vannacci, impegnato a consolidare Futuro Nazionale come forza nazionale in vista delle elezioni politiche del 2027. Al di là delle responsabilità individuali dei singoli autori dei messaggi — che la magistratura e la stampa dovranno accertare con precisione — la vicenda pone una domanda politica che il solo comunicato di Simoni non basta a chiudere: quanto di questo linguaggio rappresenta davvero un’anomalia isolata, e quanto invece riflette un retroterra culturale diffuso tra i quadri intermedi del movimento?

Il precedente non è irrilevante. Un partito che nasce sull’onda mediatica di un libro contestato per posizioni giudicate discriminatorie verso minoranze etniche, persone LGBT e migranti, si trova ora a fare i conti con militanti di comitato che evocano lo sterminio di interi popoli e rimpiangono apertamente il Terzo Reich. La rapidità con cui simili contenuti hanno potuto circolare per mesi, senza reazioni interne, solleva interrogativi legittimi sulla effettiva capacità — o volontà — della dirigenza di arginare le componenti più radicali della propria base.

Per l’Italia, la posta in gioco supera i confini di un singolo movimento politico. La normalizzazione di un linguaggio che liquida la Carta costituzionale come carta straccia e flirta apertamente con l’idea di un intervento di forza non è un dettaglio di cronaca, ma un segnale che riguarda la tenuta del discorso pubblico democratico nel suo complesso. Se forze di questo tipo dovessero rafforzare il proprio peso elettorale, il rischio concreto è quello di una progressiva radicalizzazione del dibattito politico, con ricadute dirette sulla protezione delle minoranze, sulla stabilità delle istituzioni repubblicane e, non da ultimo, sulla credibilità internazionale di Roma in un momento in cui la coesione del fronte europeo su temi cruciali — a partire dalla sicurezza continentale — richiederebbe partner politicamente affidabili, non forze che coltivano nostalgie eversive.

Autore: Marco Bianchi