Danieli e la Russia: il colosso siderurgico friulano non ha mai davvero tagliato i ponti con Mosca

Udine, sede storica del gruppo Danieli, è nota in tutto il mondo come capitale italiana della tecnologia siderurgica. Meno nota, fino a quando un’inchiesta giornalistica non l’ha portata alla luce, è la profondità dei legami commerciali che l’azienda ha intrattenuto — e, secondo diverse fonti, continuerebbe in parte a intrattenere — con l’industria dell’acciaio russa, settore che alimenta direttamente la base industriale bellica di Mosca.

Un’inchiesta che risale al cuore del sistema

Nel dicembre 2023 la testata investigativa olandese Follow The Money, in collaborazione con Kyiv Independent, ha pubblicato una ricostruzione dettagliata dei rapporti tra il gruppo Danieli e almeno quattordici aziende metallurgiche russe, sulla base di dati doganali, documenti interni dell’azienda trapelati a giornalisti, interviste a dipendenti sotto anonimato e pubblicazioni della stampa italiana e russa. Secondo l’inchiesta, dopo l’annessione della Crimea e l’inizio della guerra nel Donbas nel 2014 il gruppo Danieli è diventato un attore di primo piano nell’industria siderurgica russa, motore della macchina bellica di Putin, lavorando con almeno quattordici società metallurgiche russe, sei delle quali contribuiscono direttamente alla produzione militare.

Tra i clienti individuati figurano nomi pesanti dell’industria russa come Severstal e Magnitogorsk Iron and Steel Works (MMK), le cui proprietà sono sotto sanzioni internazionali dal 2022. L’inchiesta sottolinea che Danieli non ha interrotto la propria attività in Russia nemmeno dopo l’inizio dell’invasione su vasta scala nel febbraio 2022, continuando a fornire equipaggiamento ad almeno un impianto siderurgico russo.

Uno degli episodi più circostanziati riguarda la controllata olandese Danieli Corus. Ad agosto 2022, cinque mesi dopo l’avvio dell’invasione totale, Danieli Corus ha fornito un componente di raffreddamento per un altoforno a Severstal — una spedizione che ha attirato l’attenzione delle autorità olandesi competenti in materia di sanzioni. Al momento della spedizione, il proprietario di Severstal, Alexei Mordasov, era già soggetto a sanzioni dell’Unione Europea: secondo quanto riferito dallo studio legale olandese consultato dall’azienda stessa, un tentativo di trasferire formalmente le quote societarie alla moglie per aggirare il regime sanzionatorio non ha retto, poiché anche la moglie è stata successivamente sanzionata.

Acciaio russo, armi russe

Il nodo cruciale sollevato dall’inchiesta non è soltanto giuridico, ma sostanziale: l’acciaio prodotto dai clienti russi di Danieli finisce, secondo la testata investigativa russa Proekt citata nel report, nella componentistica di armamenti utilizzati sul fronte ucraino — dalle granate a frammentazione VOG-25 ai fucili Kalashnikov, fino ai sistemi missilistici Kalibr e agli scafi di sottomarini. Si tratta di un elemento che va oltre la semplice controversia commerciale e tocca direttamente la questione della complicità industriale nella catena di produzione bellica russa.

La reazione ufficiale e la realtà sul terreno

Di fronte alle accuse, nel marzo 2023 Danieli le ha definite prive di fondamento, pur senza smentire nel dettaglio i singoli fatti contestati. Un anno dopo l’invasione su vasta scala, l’amministratore delegato Gianpietro Benedetti ha annunciato pubblicamente, in una conferenza a Udine, l’intenzione del gruppo di cedere le attività russe, definendo la permanenza sul mercato russo non più sostenibile alla luce del contesto geopolitico. Tuttavia, mesi dopo quell’annuncio, l’azienda non aveva ancora reso pubblico alcun piano concreto per la cessione degli asset in Russia.

Più recentemente, il registro indipendente Leave Russia — che monitora le aziende occidentali ancora attive sul mercato russo — continua a classificare Danieli tra le società che non hanno completato l’uscita, riportando dichiarazioni della stessa dirigenza secondo cui l’addio al mercato russo sarebbe legato più alle difficoltà di vendita imposte dal regime sanzionatorio che a una scelta di principio. Secondo il monitoraggio, Danieli è inclusa nella lista degli “sponsor internazionali della guerra” compilata dall’Agenzia nazionale ucraina per la prevenzione della corruzione, e il fatturato del gruppo sarebbe cresciuto di oltre il 30% nel 2024 rispetto all’anno precedente.

Il paradosso delle sanzioni parziali

Il caso Danieli illustra bene un problema strutturale del regime sanzionatorio europeo: mentre i proprietari di Severstal e MMK sono sanzionati a livello personale, le due società in quanto tali non lo sono, poiché estraggono ed esportano anche minerale di ferro grezzo, escluso dalle restrizioni, e producono semilavorati che sfuggono al divieto UE sui prodotti siderurgici finiti. Questo genere di vuoto normativo consente a fornitori come Danieli di sostenere, non senza una certa ambiguità, di rispettare formalmente le sanzioni pur continuando a servire clienti la cui produzione alimenta, in parte, il complesso militare-industriale russo.

Una questione che riguarda l’intero sistema industriale europeo

Il caso non è isolato. Le autorità di Paesi Bassi, Germania e Regno Unito hanno intensificato negli ultimi mesi le indagini su reti di elusione delle sanzioni che coinvolgono spedizioni verso la Russia attraverso paesi terzi — dall’Asia centrale alla Turchia — spesso per beni a duplice uso o componenti destinati, anche indirettamente, all’industria della difesa russa. È in questo contesto più ampio che si inserisce la vicenda Danieli: non tanto come eccezione, quanto come sintomo di una debolezza sistemica nei controlli sull’utilizzatore finale dei beni industriali esportati dall’Unione Europea.

Per le imprese italiane ed europee che operano in settori strategici come la siderurgia, la meccanica pesante e l’automazione industriale, il caso pone una domanda di fondo: è sufficiente verificare che il cliente diretto non compaia nelle liste di sanzione, o è necessario un controllo più approfondito sulla destinazione finale della produzione? Diversi esperti di compliance internazionale sostengono che il secondo approccio — la tracciabilità dell’intera catena, fino all’utilizzatore finale — sia ormai indispensabile per evitare che tecnologia europea continui, anche indirettamente, a raggiungere il fronte russo.

Autore: Marco Bianchi