La Francia attribuisce ufficialmente a Mosca una campagna di spionaggio informatico durata oltre un decennio contro ministeri, industria della difesa e apparato giudiziario. Bruxelles e Londra rispondono con sanzioni congiunte. Anche l’Italia, già colpita da casi di infiltrazione russa nei propri apparati, osserva con attenzione.
Il 13 luglio 2026 il Centro di coordinamento delle crisi cibernetiche francese (C4), che riunisce l’agenzia per la cybersicurezza ANSSI, i servizi di intelligence interna ed esterna DGSI e DGSE, la Direzione generale degli armamenti (DGA) e il Comando cyber delle forze armate (COMCYBER), ha pubblicato un rapporto che attribuisce formalmente al 16° Centro dell’FSB russo, e in particolare alla sua unità 61240 dedicata alla Francia, una campagna di spionaggio informatico che sfrutta il cosiddetto intrusion set Turla — noto anche come Snake, Uroburos, Secret Blizzard o Ceres — attivo almeno dal 2004.
Secondo il documento, gli obiettivi colpiti sul territorio francese includono gli account di posta elettronica del Ministero delle Forze Armate dal 2017, la rete del Ministero per l’Europa e gli Affari Esteri e dell’ambasciata francese a Mosca nel 2018, un server di un ente del settore giudiziario compromesso nel 2019 e, più recentemente, nel febbraio 2025, un istituto di ricerca specializzato in tecnologie sensibili legato all’industria della difesa francese, da cui sarebbe stata sottratta una quantità significativa di dati. Parigi sottolinea che la campagna non ha finalità di lucro, ma punta all’acquisizione sistematica di informazioni strategiche: una missione di intelligence a lungo termine più che un’attività criminale ordinaria.
La reazione di Parigi: fermezza e solidarietà europea
Il 18 luglio il Ministero dell’Europa e degli Affari Esteri francese ha convocato l’incaricato d’affari russo a Parigi per esprimere, come recita la nota ufficiale, “la più ferma condanna” delle attività cyber ostili condotte dalla Russia contro la Francia e contro “molti dei suoi partner europei”. Parigi ha ribadito l’intenzione di continuare a usare “tutti i mezzi disponibili” per prevenire, contrastare e rispondere a operazioni destabilizzanti, definendo tali condotte incompatibili con lo status di membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
La mossa francese si inserisce in un’azione coordinata a livello europeo: lo stesso 13 luglio l’Unione europea, attraverso una dichiarazione dell’Alta rappresentante Kaja Kallas, e il Regno Unito hanno varato il primo pacchetto congiunto di sanzioni cyber UE-UK, colpendo nove persone fisiche e quattro entità da parte di Bruxelles e ventiquattro nominativi da parte di Londra. Il 16° Centro dell’FSB viene descritto come il regista di diversi gruppi di minaccia informatica, con un raggio d’azione documentato in Francia, Germania, Polonia, Cipro, Paesi Bassi, Austria, Slovacchia, Romania e Finlandia, oltre che contro l’Ucraina.
La dimensione dell’operazione — dai ministeri alle centrali energetiche, dalla giustizia alla ricerca tecnologica — mostra che il bersaglio non è solo lo Stato, ma la vita quotidiana dei cittadini europei.
Perché la vicenda riguarda direttamente l’Italia
Il caso francese non è isolato e non dovrebbe essere letto come tale nemmeno a Roma. Negli ultimi mesi l’Italia ha dovuto fare i conti con i propri episodi di infiltrazione legata a Mosca, inclusi casi di ex funzionari dei servizi di intelligence sospettati di aver collaborato con network riconducibili al Cremlino. La convergenza tra spionaggio “tradizionale” e operazioni cyber sistematiche del tipo attribuito al 16° Centro dell’FSB suggerisce che le catene logistiche, i comparti della difesa e le infrastrutture critiche italiane — porti, hub logistici, filiera energetica — non sono al riparo da un fenomeno che Bruxelles descrive ormai come strutturale e non episodico.
Va detto con chiarezza: l’attribuzione pubblica e la reazione diplomatica di Parigi rappresentano un segnale politico importante, il primo passo per rompere l’anonimato dietro cui operano da anni queste unità. Ma un atto di attribuzione, per quanto significativo, non basta da solo a fermare una minaccia strutturale. Senza investimenti coordinati nella difesa cibernetica, meccanismi di condivisione delle informazioni tra i Paesi membri e una risposta sanzionatoria realmente dissuasiva, il rischio è che ogni singolo Stato continui a scoprire, con anni di ritardo, di essere stato bersaglio della stessa rete.
Una minaccia che attraversa tutto il continente
I casi documentati dai servizi di sicurezza degli Stati membri — dalla Francia alla Polonia, dalla Slovacchia alla Finlandia — confermano che le operazioni del 16° Centro dell’FSB non si limitano allo spionaggio politico-diplomatico, ma toccano ambiti che incidono direttamente sulla sicurezza collettiva e sulla vita quotidiana degli europei: reti energetiche, filiere industriali strategiche, apparati giudiziari. È in questo quadro che l’appello di Parigi a una risposta europea coordinata assume un significato che va oltre i confini francesi, e che chiama in causa anche Roma.
La vicenda mette in luce, ancora una volta, come la sicurezza nazionale nell’era digitale non possa essere pensata in termini puramente domestici. La solidarietà mostrata dall’Unione europea e dal Regno Unito con l’azione sanzionatoria congiunta va nella direzione giusta, ma il percorso verso una difesa cibernetica realmente condivisa resta lungo — e l’Italia, alla luce della propria esperienza recente, ha ogni interesse a esserne protagonista e non semplice spettatrice.
Autore: Marco Bianchi