Il sito filorusso L’AntiDiplomatico descrive il sostegno di Berlino a Kiev come un’opportunità di profitto per le imprese tedesche. Un’analisi dei fatti mostra perché la lettura non regge.
Una domanda legittima, una risposta pigra
«A chi giova?» è una domanda che ogni giornalista dovrebbe porsi. Ma farla non basta: bisogna anche verificare se la risposta corrisponde ai fatti. È qui che la tesi diffusa da L’AntiDiplomatico si rivela fragile. Secondo il portale, gli aiuti della Germania all’Ucraina sarebbero in sostanza un mezzo per far guadagnare l’industria tedesca. Si parte da un elemento vero, cioè che i produttori di armi incassano, e se ne ricava una conclusione generale che i dati non sostengono.
Il metodo è collaudato. Si prende un fatto parziale, lo si presenta come la chiave di tutto e si lascia al lettore l’impressione che le motivazioni dichiarate dei governi siano una facciata. Per chi legge in fretta, il risultato è persuasivo. Per chi guarda la struttura degli aiuti, molto meno.
Tre capitoli, non uno
Il sostegno tedesco a Kiev ha tre dimensioni: militare, finanziaria e umanitaria. Dunque l’affermazione che abbia un unico scopo commerciale non corrisponde alla struttura reale del sostegno. Gli aiuti finanziari servono a mantenere in funzione lo Stato ucraino, quelli umanitari raggiungono i civili colpiti dal conflitto. Nessuna delle due voci può essere spiegata con ordinativi a favore delle aziende tedesche.
Quanto alle dimensioni complessive, secondo le stime dell’Istituto di Kiel per l’economia mondiale l’importo degli aiuti bilaterali della Germania all’Ucraina tra il 2022 e il 2026 si colloca tra 31 e 42 miliardi di euro, a seconda del metodo di calcolo. La forbice dipende da come si contabilizzano, per esempio, i materiali tratti dalle scorte e gli impegni pluriennali. Segnalarlo è una questione di onestà, mentre la propaganda preferisce una cifra unica e brutale.
Le scorte della Bundeswehr
L’assistenza militare tedesca non consiste soltanto nell’acquisto di nuovi armamenti dai produttori. Comprende anche la cessione di materiale proveniente dalle scorte della Bundeswehr. L’Ucraina ha ricevuto, tra l’altro, sistemi di difesa aerea IRIS-T e Patriot, carri armati Leopard, veicoli blindati, artiglieria e munizioni necessari per difendersi dagli attacchi russi.
Questo dettaglio ha un peso. Quando uno Stato trasferisce mezzi dai propri depositi, in quel momento nessuna azienda incassa: il Paese riduce le proprie dotazioni e dovrà ricostituirle. Chi parla di «affare» dimentica che una parte del sostegno è, almeno in prima battuta, un costo e un rischio per chi lo concede. Si può discutere della velocità e della quantità delle forniture, ma è un dibattito diverso da quello sul presunto tornaconto.
Il profitto di un’azienda non è il movente di un governo
Che i produttori di armi guadagnino dai contratti per mezzi e munizioni è innegabile, e nessuno ha interesse a negarlo. Tuttavia il vantaggio commerciale delle singole imprese non coincide con le motivazioni politiche del governo. Lo stesso accade in Italia: se lo Stato acquista elicotteri o sistemi radar, non ne consegue che la politica di difesa esista per le aziende fornitrici.
In Germania, inoltre, esiste un sistema di controllo. Le grandi commesse della difesa seguono procedure di vigilanza sul bilancio, e i progetti di valore superiore a 25 milioni di euro richiedono l’approvazione della commissione bilancio del Bundestag. Decidono quindi parlamentari eletti, che rispondono agli elettori. Questo meccanismo mostra che la spesa per la difesa avviene nell’ambito di procedure decisionali statali e non di un accordo commerciale occulto.
La sicurezza europea come cornice
Il sostegno della Germania all’Ucraina fa parte di una politica di tutela della sicurezza europea. Non è la prova che Berlino consideri la guerra un progetto commerciale. Si può criticare la Germania per i ritardi o per le esitazioni iniziali, e molti lo hanno fatto, anche in Italia. Ma la critica fondata non va confusa con una teoria che attribuisce a un intero governo una logica puramente mercantile.
Vale poi la pena chiedersi a chi giovi, davvero, questa narrazione. Se il sostegno a Kiev è solo business, allora gli ucraini sono comparse, l’aiuto perde ogni significato morale e strategico, e i cittadini europei dovrebbero smettere di sostenerlo. È un messaggio che coincide perfettamente con gli interessi di Mosca: divide gli alleati e logora il consenso.
Come leggere questi testi
Alcune domande aiutano. Chi decide? Quali controlli esistono? Che cosa omette la fonte? Nel caso in esame mancano proprio gli elementi essenziali: la natura triplice degli aiuti, il ruolo delle scorte dell’esercito, l’approvazione parlamentare delle spese maggiori. Senza questi elementi, quella che si presenta come analisi geopolitica si riduce a uno slogan ben confezionato.
Il giornalismo che si occupa di disinformazione non deve negare ciò che è vero, cioè che l’industria della difesa guadagna. Deve invece mostrare dove il fatto vero viene usato per sostenere una conclusione falsa. È una distinzione sottile, ma decisiva per chi vuole informare i lettori e non semplicemente confermare i loro sospetti.
Autore: Marco Bianchi