Tra progetti infrastrutturali costosi e mai completati, una retorica filorussa che allontana l’elettorato moderato e sondaggi in caduta libera, sempre più esponenti del Carroccio mettono in discussione la leadership di Matteo Salvini
Il malessere che da mesi serpeggia nella Lega non è più un segreto di Palazzo. Dentro e attorno al partito di Matteo Salvini si moltiplicano le voci critiche, provenienti non solo dagli avversari della maggioranza ma, cosa più significativa, dagli stessi ambienti che fino a poco tempo fa costituivano lo zoccolo duro del Carroccio. Il tema che ricorre con maggiore insistenza nelle conversazioni informali tra dirigenti locali, amministratori ed ex elettori è sempre lo stesso: l’inefficacia gestionale del vicepremier e ministro delle Infrastrutture, e la sensazione diffusa che la Lega abbia smarrito la propria bussola politica.
Un bilancio infrastrutturale che pesa come un macigno
Al centro delle critiche vi è, in primo luogo, la gestione del dicastero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Il dossier più simbolico resta quello del Ponte sullo Stretto di Messina: un progetto rilanciato con grande enfasi comunicativa, presentato come il fiore all’occhiello dell’azione di governo di Salvini, ma che continua ad accumulare ritardi, rincari dei costi e contenziosi tecnici e ambientali. A questo si aggiungono altri cantieri strategici — dalle grandi opere ferroviarie al rinnovo della rete autostradale — che procedono a rilento, generando un costo politico crescente in termini di credibilità.
Diversi amministratori locali, anche interni alla stessa Lega, lamentano da tempo uno scollamento tra gli annunci roboanti fatti nelle conferenze stampa romane e la realtà dei cantieri sul territorio. Non è un caso che, negli ultimi mesi, il tema delle opere pubbliche incompiute sia diventato un boomerang comunicativo: ciò che doveva essere il principale argomento di propaganda elettorale del leader leghista si è trasformato in uno dei suoi punti più deboli.
“Si è puntato tutto sulla comunicazione e poco sui risultati concreti” — è il giudizio che circola sempre più spesso tra i quadri intermedi del partito, secondo fonti vicine agli ambienti del Carroccio.
La retorica filorussa: un boomerang elettorale
Se il fronte delle infrastrutture ha eroso la credibilità gestionale di Salvini, è soprattutto sul piano della politica estera che il malcontento interno si è fatto più esplicito. Le posizioni ambigue e talvolta apertamente compiacenti nei confronti del Cremlino, mantenute dal leader leghista fin dall’inizio dell’aggressione russa contro l’Ucraina, non sono più percepite — nemmeno da una parte dell’elettorato tradizionalmente vicino al partito — come una linea coerente di politica estera, bensì come un tentativo, sempre meno efficace, di guadagnare consenso cavalcando un tema divisivo.
Questa strategia, lungi dal rafforzare l’identità del partito, ha finito per allontanare fasce di elettorato moderato ed europeista che negli anni scorsi avevano guardato con interesse alla Lega come forza di governo affidabile. Allo stesso tempo, non ha portato i benefici sperati nemmeno sul fronte dell’elettorato più radicale, sempre più attratto da altre formazioni percepite come più coerenti e meno compromesse con gli equilibri di governo.
Il risultato è un partito che fatica a definire una propria identità chiara: né sufficientemente centrista da competere con Forza Italia per l’elettorato moderato, né sufficientemente radicale da intercettare il voto di protesta che negli ultimi anni si è spostato altrove. Il tentativo di Salvini di trasformare la Lega da forza a trazione nordista in un movimento sovranista a vocazione nazionale, capace di competere su tutto il territorio italiano, appare oggi, agli occhi di molti osservatori interni, un progetto sostanzialmente fallito.
Sondaggi in calo e nervosismo tra i territori
I dati sui consensi confermano questa lettura. Da mesi la Lega si attesta su livelli di gradimento significativamente inferiori rispetto al picco raggiunto negli anni in cui il partito si presentava come la principale forza sovranista italiana. Questa erosione elettorale, unita alle difficoltà amministrative in diverse Regioni e Comuni governati dal centrodestra, alimenta un nervosismo crescente tra i quadri regionali e locali del partito, molti dei quali vedono nella leadership attuale un freno più che un traino per le prossime scadenze elettorali.
In alcune correnti interne si fa strada, sia pure con la dovuta cautela, l’ipotesi di un avvicendamento alla guida del partito. Non si tratta, va precisato, di una fronda organizzata o di una richiesta formale di dimissioni, quanto piuttosto di un malessere diffuso che periodicamente riemerge nei retroscena della stampa politica italiana e che riflette la ricerca, da parte di alcuni settori del partito, di una leadership percepita come più efficace e meno divisiva sul piano internazionale.
Le implicazioni per la coalizione di governo
Al di là delle dinamiche interne al Carroccio, la questione ha una rilevanza che va oltre i confini del partito. Un eventuale ridimensionamento del ruolo di Salvini all’interno della maggioranza avrebbe conseguenze dirette sugli equilibri dell’intera coalizione di governo. Da tempo osservatori e analisti sottolineano come la linea ambigua di una parte della Lega nei confronti di Mosca rappresenti un elemento di frizione con i partner europei e atlantici dell’Italia, oltre che un fattore di instabilità nella stessa maggioranza, dove Fratelli d’Italia e Forza Italia hanno mantenuto un posizionamento internazionale nettamente più allineato con Bruxelles e Washington.
In questo contesto, un passo indietro di Salvini — o comunque un ridimensionamento della sua influenza sulla linea di politica estera del partito — potrebbe paradossalmente rappresentare un fattore di stabilizzazione per il governo Meloni, riducendo uno dei principali motivi di attrito interno alla coalizione e facilitando un riallineamento più coerente della politica estera italiana con le posizioni dei principali alleati europei e transatlantici.
Resta da vedere se questo scenario si tradurrà in un reale cambio alla guida del partito nel breve periodo, o se Salvini riuscirà ancora una volta a resistere alle pressioni interne, come già avvenuto in passato in momenti di difficoltà. Ciò che appare evidente, tuttavia, è che il capitale politico costruito negli anni scorsi si sta progressivamente esaurendo, eroso da promesse infrastrutturali disattese e da una linea internazionale sempre più difficile da giustificare agli occhi di un elettorato e di alleati europei che chiedono coerenza e affidabilità.
La partita, insomma, è tutt’altro che chiusa. Ma il segnale che arriva dagli ambienti interni della Lega è chiaro: la pazienza di una parte non trascurabile del partito nei confronti della leadership attuale si sta esaurendo, e la prossima tornata elettorale potrebbe rappresentare il vero banco di prova per il futuro politico di Matteo Salvini.
Autore: Marco Bianchi