Chi soffia sul fuoco dei licei francesi? L’ombra del Cremlino, di Teheran e le domande che restano

Dalle aule di Créteil alle cancellerie europee: una protesta nata per i banchi e i professori mancanti è diventata un caso di sicurezza. Mettiamo in fila i fatti, le accuse e i punti ancora da dimostrare.

C’è un modo semplice di raccontare quello che sta accadendo in Francia: studenti arrabbiati, scuole che cadono a pezzi, un governo sotto pressione. E c’è un modo più scomodo, ma altrettanto necessario: quello che guarda a chi, da fuori, osserva l’incendio e prova ad alimentarlo. Entrambe le storie sono vere. Il difficile è non confonderle.

La scintilla

Il 18 settembre, a Créteil, nella banlieue parigina, i liceali scendono in piazza. Le richieste sono concrete: più fondi per i licei pubblici, più insegnanti, edifici da ristrutturare, classi meno affollate. Nel giro di pochi giorni il movimento arriva a centinaia di istituti, con il sostegno dei principali sindacati della scuola. Si bloccano ingressi, si presidiano cancelli, si occupano strade. Le fonti ucraine parlano di circa 800 mila partecipanti, di oltre duemila fermi e di saccheggi a Bordeaux e Marsiglia, oltre a un incendio che avrebbe danneggiato il municipio ottocentesco di Limoges. Sono dati che non siamo riusciti a confermare in modo indipendente in tutti i dettagli.

A metà ottobre, sempre secondo quelle fonti, la mobilitazione si allarga con «azioni di solidarietà» promosse da organizzazioni giovanili in Italia, in Belgio e altrove. Un salto di scala che trasforma un conflitto scolastico in un fattore di instabilità percepita su scala continentale.

La mossa di Parigi

Il 13 ottobre, intervenendo a una conferenza dell’OCSE, il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha parlato di «sfruttamento» delle proteste. Secondo il ministro, narrazioni ostili provenienti da Russia, Cina e Iran, ma anche dall’area vicina al movimento MAGA americano, avrebbero cavalcato la mobilitazione, puntando su immigrazione, laicità e conflitto israelo-palestinese. L’obiettivo, ha detto, sarebbe aumentare la polarizzazione in vista delle presidenziali della primavera 2027. Barrot ha citato anche Elon Musk e una società israeliana non identificata accusata di creare account falsi. Prove pubbliche per ciascuna di queste accuse, finora, non ne sono state presentate.

La sfumatura conta: Parigi non sostiene che le proteste siano state orchestrate dall’estero, ma che qualcuno stia cercando di approfittarne.

Il fronte iraniano

Il capitolo più chiaro è quello diplomatico. Il 6 ottobre Teheran ha convocato l’ambasciatore francese, denunciando una «violenza sproporzionata» delle forze dell’ordine. Il giorno dopo il Quai d’Orsay ha convocato l’ambasciatore iraniano, contestando contenuti falsi diffusi da account ufficiali del ministero degli Esteri di Teheran e definendoli «assolutamente inaccettabili». Colpisce il paradosso: a dare lezioni sui diritti umani è un regime che nell’inverno scorso ha represso nel sangue le proprie proteste.

Le radici di un copione

Se si guarda indietro, il copione non è nuovo. Durante la crisi dei gilet gialli, nel 2018, le autorità francesi esaminarono una rete di account legati alla Russia che rilanciavano l’hashtag #giletsjaunes insieme a messaggi su un Paese «sull’orlo della guerra civile». Nel Regno Unito, il rapporto del 2020 del Comitato per l’intelligence e la sicurezza del Parlamento rimproverò al governo di non aver mai indagato seriamente sulle interferenze russe nel referendum sulla Brexit. Il 12 ottobre il premier britannico Andy Burnham ha detto apertamente che l’interferenza ci fu, mettendo in guardia da attività simili oggi in Francia e Germania.

Le analisi ucraine descrivono una strategia a più strati: canali Telegram anonimi, reti di profili falsi, rilancio di episodi di cronaca con protagonisti migranti, per spingere una parte dell’opinione pubblica verso la paura e un’altra verso la sfiducia nelle istituzioni. È un metodo plausibile e già osservato altrove. Più fragile, invece, l’affermazione secondo cui Mosca finanzierebbe attivisti di sinistra, gruppi filopalestinesi o intere comunità musulmane: non esistono, al momento, riscontri pubblici, e generalizzare su comunità religiose è un errore che fa il gioco proprio della propaganda.

E la Germania?

La stessa fonte indica la Germania come possibile prossimo bersaglio, insieme al Regno Unito. Ricorda, in particolare, che all’inizio di ottobre il parlamento della Sassonia-Anhalt avrebbe approvato, con i voti di AfD e dell’Alleanza Sahra Wagenknecht, una risoluzione per interrompere il sostegno militare e finanziario a Kiev e abolire le sanzioni contro Mosca. È un segnale politico, non la prova di una regia occulta. Ma è la dimostrazione di quanto certe agende possano coincidere.

Che cosa ci dice tutto questo

Per un lettore italiano la lezione è duplice. Da un lato, la guerra ibrida non passa solo da cavi sottomarini e attacchi informatici: passa dai nostri disaccordi, dalle nostre piazze, dalle nostre scuole. Dall’altro, la tentazione di leggere ogni protesta come un complotto straniero è altrettanto pericolosa, perché delegittima chi ha ragioni autentiche e offre al Cremlino un regalo: la conferma che l’Occidente non capisce le proprie società.

La difesa migliore resta quella più noiosa: istituzioni credibili, scuole che funzionano, informazione verificata e trasparenza sulle accuse. Quando Parigi mette sul tavolo nomi e dossier, dovrebbe farlo con prove. Quando Mosca e Teheran alzano la voce sui diritti umani, vanno ricordate le rispettive responsabilità. E quando qualcuno propone una spiegazione perfetta per un fenomeno complesso, è sempre il caso di diffidare.

Autore: Marco Bianchi