Poiché l’Ue importa ancora oltre il 50% dell’energia e deve fare i conti con bollette elettriche stabilmente elevate, si riaccende il dibattito su un ritorno al nucleare per garantire indipendenza e prezzi accessibili sul lungo periodo
La sostanziale chiusura dello Stretto di Hormuz nel contesto della guerra in corso in Iran ha fatto impennare i prezzi dell’energia e ha messo ancora una volta a nudo le profonde vulnerabilità dell’Europa.
Di conseguenza, il tema della sovranità energetica è tornato con forza sul tavolo a Bruxelles. Questo mese la Commissione europea ha presentato un pacchetto organico di iniziative legate al nucleare, nell’ambito della sua più ampia strategia energetica.
Con circa 549 milioni di tonnellate, la produzione primaria di energia in Europa continua a basarsi su petrolio e altri equivalenti, secondo Eurostat.
Le rinnovabili rappresentano oltre il 45 per cento di quella produzione, ma il mix energetico complessivo resta fortemente dipendente dal petrolio e dai prodotti petroliferi importati (circa il 38 per cento) e dal gas naturale (circa il 21 per cento).
L’ultima crisi in Medio Oriente ha aggiunto miliardi al conto delle importazioni energetiche, ricalcando gli shock dei prezzi del 2022 dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia.
Anche nei periodi più tranquilli, famiglie e imprese pagano tra le tariffe elettriche più alte al mondo. Germania, Belgio e Danimarca guidano la classifica, come ha ricordato più volte la Commissione europea.
Lo sviluppo del nucleare è per sua natura una partita di lungo periodo. Non può offrire una soluzione immediata, ma gli ultimi eventi hanno spinto a interrogarsi sul futuro.
A Parigi, al vertice sull’energia nucleare del 10 marzo, i leader europei hanno chiarito che l’Unione potrebbe avere ben poca scelta se vuole una reale indipendenza e energia a prezzi accessibili.Intervenendo al summit, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è stata esplicita, affermando che “questa riduzione della quota di nucleare è stata una scelta; credo che sia stato un errore strategico per l’Europa voltare le spalle a una fonte di energia affidabile, conveniente e a basse emissioni”.
Si tratta di una netta svolta rispetto alla posizione espressa dalla presidente sul tema nel 2011, che nel discorso non è stata richiamata. Von der Leyen faceva parte del governo che propose e sostenne quello che ora definisce un “errore”, in linea con la posizione del suo partito di allora.
La Germania ha chiuso i suoi ultimi reattori nucleari nel 2023 e il cancelliere Friedrich Merz ha a sua volta definito l’uscita dal nucleare un “grave errore strategico”. Riavviare le vecchie centrali è impossibile, perciò l’attenzione si è spostata su nuove costruzioni e sui piccoli reattori modulari (Smr).
La Francia, al contrario, produce circa il 65 per cento della propria elettricità dal nucleare ed esporta i surplus, mostrando i vantaggi in termini di indipendenza che se ne possono trarre.
L’impatto sulla sicurezza energetica potrebbe essere significativo. Il nucleare offre una produzione di base stabile, che si combina bene con le rinnovabili e riduce la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, che rappresentano ancora oltre il 60 per cento del totale dell’Ue.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha detto allo stesso vertice che “l’energia nucleare è fondamentale per conciliare indipendenza, e quindi sovranità energetica, e decarbonizzazione, e quindi neutralità carbonica”.
Macron ha inoltre richiamato l’attenzione sul crescente fabbisogno di energia legato all’intelligenza artificiale, sottolineando che la flotta nucleare francese ha dato al Paese “la possibilità di aprire data centre, costruire capacità di calcolo ed essere al cuore della sfida dell’intelligenza artificiale”.La promessa dei piccoli reattori modulari
Bruxelles ripone una fiducia crescente negli Smr, considerati una soluzione flessibile e a basse emissioni di carbonio, che può essere implementata più rapidamente delle centrali tradizionali.
Secondo la Strategia sugli Smr della Commissione europea, pubblicata questo mese, le prime unità potrebbero entrare in funzione nei primi anni 2030, con una capacità che potrebbe salire tra 17 e 53 GW entro il 2050.
Questi reattori compatti, costruiti in fabbrica, sono ritenuti particolarmente adatti a soddisfare le esigenze dei data centre per l’Ia ad alta intensità energetica, delle applicazioni industriali di calore, della produzione di idrogeno e delle reti di teleriscaldamento.
La Commissione ha promesso di tagliare la burocrazia attraverso procedure autorizzative semplificate e di offrire garanzie finanziarie per accelerarne la diffusione. Undici Stati membri dell’UE hanno già sottoscritto una dichiarazione congiunta a sostegno di questa tecnologia.
Lo slancio internazionale è emerso chiaramente giovedì, quando Stati Uniti e Giappone hanno annunciato un progetto da 40 miliardi di dollari (34,75 miliardi di euro) per sviluppare Smr in Tennessee e Alabama, durante la visita della premier Takaichi alla Casa Bianca.
L’iniziativa, basata sulla tecnologia GE Vernova Hitachi, punta a stabilizzare i prezzi dell’elettricità per i consumatori e a rafforzare la leadership dei due Paesi nelle soluzioni energetiche di nuova generazione.Al vertice di Parigi, il direttore generale dell’Aiea Rafael Grossi ha riassunto il crescente consenso globale osservando che “tutte le condizioni ora puntano verso una piena integrazione dell’energia nucleare nel mix energetico mondiale”.
I sostenitori sostengono che gli Smr possono fungere da pilastro transitorio, garantendo una produzione di base affidabile per integrare le rinnovabili e ridurre la dipendenza dell’Europa dai combustibili fossili importati.
Sperimentazioni nazionali e cambio di rotta sul nucleare
Gli Stati membri stanno seguendo percorsi molto diversi, segno di una rivalutazione pragmatica del ruolo del nucleare nella transizione energetica.
Un tassello fondamentale dell’iniziativa sono i reattori europei ad acqua pressurizzata (Epr), reattori di terza generazione progettati per una maggiore sicurezza ed efficienza.
Gli Epr sono stati sviluppati grazie alla collaborazione tra aziende francesi e tedesche.
La Francia, che già copre circa il 65 per cento del proprio fabbisogno elettrico con il nucleare, sta andando avanti con sei nuovi reattori Epr e ne sta valutando altri otto, continuando nel contempo ad ampliare la capacità da fonti rinnovabili.
Il Belgio è impegnato a prolungare la vita del suo parco esistente, l’Italia sta preparando disegni di legge per revocare il divieto vigente da decenni e perfino la Grecia, storicamente prudente per le preoccupazioni sismiche, ha avviato un dibattito pubblico sui reattori avanzati e sugli Smr.
Nei Paesi che non hanno mai abbandonato questa tecnologia, come Svezia e Finlandia, il nucleare continua a sostenere alcune delle quote più elevate di rinnovabili nei consumi finali di energia.
Secondo Eurostat, l’energia nucleare fornisce circa il 23 per cento dell’elettricità dell’Ue e circa il 50 per cento dell’elettricità a basse emissioni di carbonio, e i dati della Finlandia mostrano che può garantire prezzi più stabili e competitivi rispetto ai Paesi che hanno scelto l’uscita, come la Germania.
La scelta può anche aiutare il blocco a evitare emissioni equivalenti alla rimozione di un terzo di tutte le auto dalle strade del mondo.
L’ottavo Programma indicativo nucleare della Commissione europea, pubblicato questo mese, prevede che la capacità nucleare complessiva dell’Ue passi da 98 GW nel 2025 a tra 109 e 150 GW entro il 2050, sostenuta da nuovi investimenti stimati in 241 miliardi di euro.
Queste sperimentazioni nazionali riflettono un crescente riconoscimento del fatto che il nucleare può rafforzare la sovranità energetica nel medio-lungo periodo.
Ostacoli che non si possono ignorare
Eppure restano ostacoli importanti, che non possono essere trascurati. La gestione delle scorie, l’accettazione da parte dell’opinione pubblica e la necessità di una regolamentazione armonizzata a livello Ue sono questioni ancora aperte.
Le organizzazioni ambientaliste avvertono che massicci investimenti nel nucleare rischiano di sottrarre risorse finanziarie e attenzione politica alla più rapida diffusione delle rinnovabili.
I costi iniziali elevati e i lunghi tempi di costruzione continuano a preoccupare gli investitori, mentre in Germania, Austria e in diversi altri Paesi persiste una forte opposizione radicata.
Lo sviluppo del nucleare è, per definizione, una strategia di lungo periodo e non può offrire una risposta immediata alle attuali interruzioni nelle forniture o ai picchi dei prezzi. Inoltre l’Europa dipende ancora dalla tecnologia, dall’uranio e dalle forniture di combustibile russi, un ulteriore fattore di rischio strategico.
Gli Smr, nonostante le loro potenzialità, sono ampiamente considerati non ancora comprovati su scala commerciale: all’inizio del 2026 non è stata rilasciata alcuna licenza di costruzione in nessun Paese dell’Ue.
Ciononostante, il blocco ha stanziato 330 milioni di euro fino al 2027 per accelerare la ricerca sulla fusione e sostenere le tecnologie nucleari in vista di un futuro collegamento alla rete.
L’energia nucleare non è una panacea, ma le pressioni congiunte della geopolitica, della crescente domanda trainata dall’IA e delle bollette energetiche ostinatamente elevate costringono l’UE a ripensare seriamente il proprio futuro energetico.
