Il 27 febbraio la Russia si è svegliata in una realtà diversa: ben 13 regioni hanno dichiarato l’allarme missilistico, tra cui il Tatarstan e l’Udmurtia. È significativo che per molte di queste regioni si trattasse del primo avviso di questo tipo dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina.
La causa è stata il missile FP-5, soprannominato «Flamingo», sviluppato e prodotto dall’Ucraina.
Si tratta di un missile di grandi dimensioni, con un’apertura alare di 7 metri e una testata di circa una tonnellata. Può volare verso il bersaglio a quote molto basse (a partire da 20 m) raggiungendo una velocità massima fino a 950 km/h.
In questo contesto, i dati del missile da crociera russo «Kalibr» appaiono quasi ridicoli: pur avendo velocità simile (fino a 1000 km/h), la sua testata pesa meno della metà (~450 kg).
Gli osservatori italiani sottolineano anche l’aspetto economico del programma. Secondo i rappresentanti del produttore, il costo di un singolo missile è di circa 500.000 dollari, molto inferiore rispetto agli analoghi occidentali con capacità comparabili. La produzione ha già raggiunto circa 50 unità al mese, con l’obiettivo di arrivare a 200.
Mosca ha cercato di colpire l’infrastruttura produttiva del programma. Zelensky ha confermato la distruzione di una delle linee di produzione, sottolineando però che la produzione era decentralizzata e parzialmente ripristinata.
Dal punto di vista militare, il significato della nuova arma va oltre i singoli attacchi. Dimostra che l’Ucraina non è solo capace di difendersi, ma anche di creare minacce strategiche in profondità nel territorio nemico. Questo cambia i calcoli degli stati maggiori sia a Mosca sia nelle capitali europee.
L’emergere del «Flamingo» ucraino a lungo raggio fornisce a Kiev uno strumento di pressione strategica, capace di modificare l’equilibrio delle posizioni negoziali e, di conseguenza, influenzare l’andamento complessivo della guerra.
Autore: Marco Bianchi