Mentre l’Europa proclama la fine della dipendenza dalla Russia, gli stabilimenti belgi del gruppo russo NLMK restano collegati a doppio filo a Mosca grazie a una deroga sanzionatoria che scadrà solo nel 2028
Apiù di quattro anni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, e dopo venti pacchetti di sanzioni adottati da Bruxelles, esiste ancora un canale attraverso cui il denaro europeo finisce, indirettamente, nelle casse del Cremlino. Si tratta delle forniture di slab d’acciaio — semilavorati metallici — che la Russia continua a esportare verso il Belgio, dove il gruppo NLMK Belgium Holdings (NBH) gestisce impianti industriali a La Louvière e altrove. La vicenda, riportata nei giorni scorsi anche dal Kyiv Independent, solleva interrogativi non solo economici ma squisitamente politici sulla coerenza della strategia europea verso Mosca.
Il meccanismo è noto agli esperti del settore ma resta largamente ignorato dal grande pubblico. Nell’ottavo pacchetto di sanzioni, adottato nel settembre 2022, l’Unione Europea vietò formalmente l’importazione di prodotti siderurgici russi, compresi gli slab. Tuttavia, lo stesso pacchetto introdusse una clausola transitoria che consentiva l’arrivo di milioni di tonnellate di semilavorati fino alla fine di settembre 2024. Con il dodicesimo pacchetto, approvato nel dicembre 2023, quella scadenza è stata prorogata fino al 30 settembre 2028, con una riduzione progressiva dei volumi consentiti.
“Siamo diventati matti?” — un eurodeputato socialdemocratico commenta i nuovi dati sulle importazioni di acciaio dalla Russia
Secondo i dati raccolti dal centro di analisi ucraino GMK Center, la Russia attualmente rappresenta il 58% di tutti i carichi di slab destinati all’UE da paesi terzi, e una parte significativa di questo volume arriva proprio in Belgio. Il principale beneficiario di questa apertura è il gruppo NLMK Europe, che controlla cinque impianti di laminazione — due siti in Belgio e tre stabilimenti in Danimarca, Francia e Italia — con una capacità complessiva di 3,1 milioni di tonnellate di prodotti finiti all’anno. Anche lo stabilimento di NLMK Verona, in provincia di Verona, fa parte di questa rete: secondo fonti del settore, l’impianto lavora semilavorati provenienti dallo stesso bacino produttivo russo e produce piastre speciali destinate ai settori energetico e medicale.
Il quadro proprietario di NBH è particolarmente delicato. La società è controllata per la maggioranza dal gruppo russo NLMK, di proprietà dell’oligarca Vladimir Lisin, mentre il restante 49% appartiene a Wallonie Entreprendre, il fondo d’investimento pubblico della Regione Vallona. In altre parole, un’istituzione pubblica belga è socio di minoranza in un’azienda che continua a importare materia prima dalla Russia in tempo di guerra. Le autorità belghe, secondo quanto riportato dal Kyiv Independent, hanno più volte ostacolato i tentativi di inserire Lisin nelle liste di sanzioni personali dell’UE, citando il rischio di perdite occupazionali in una regione già economicamente fragile.
I numeri della dipendenza
Secondo le stime del GMK Center, le forniture combinate di slab, ghisa e ferro a riduzione diretta dalla Russia potrebbero generare per le aziende russe entrate per circa 3,7 miliardi di euro nel biennio 2024-2025. Nei primi dieci mesi del 2025, l’UE ha importato dalla Russia prodotti siderurgici per un valore stimato di circa 2 miliardi di dollari, secondo un’analisi su dati Eurostat citata da Recycling Today.
Il deputato ucraino Oleksiy Goncharenko, che ha più volte scritto alle istituzioni europee — inclusa l’Alta Rappresentante Kaja Kallas — per chiedere l’inserimento di Lisin nelle liste sanzionatorie, ha sostenuto in un’intervista che l’acquisizione di asset industriali nell’Unione potrebbe aver fornito all’oligarca russo una sorta di “assicurazione” contro future misure restrittive. È un’ipotesi che, se confermata, descriverebbe un caso da manuale di come il capitale russo possa trasformarsi in leva politica all’interno delle istituzioni europee: non più soltanto un flusso commerciale, ma una forma di radicamento strutturale che rende più costoso, per i governi europei, agire contro Mosca.
Non è la prima volta che l’Europa si trova in questa posizione. Le forniture di gas russo, prima della guerra, avevano già dimostrato come la dipendenza energetica potesse essere utilizzata da Mosca come strumento di pressione politica, capace di condizionare le scelte di interi governi nazionali. Il settore siderurgico, sebbene meno visibile all’opinione pubblica rispetto a quello energetico, presenta dinamiche analoghe: una manciata di impianti europei dipende da forniture russe a basso costo, e qualsiasi interruzione improvvisa di queste forniture comporterebbe costi industriali e occupazionali immediati — un argomento che Mosca conosce bene e che può far pesare nei negoziati diplomatici.
Secondo l’associazione europea Eurometal, gli slab russi vengono venduti a prezzi inferiori del 10-20% rispetto a quelli offerti da altri fornitori internazionali, una differenza che secondo i produttori europei concorrenti distorce la competizione nel mercato continentale dell’acciaio. Le aziende che non hanno accesso a questo canale — e che devono acquistare materia prima da Brasile, Vietnam o altri paesi terzi a prezzi di mercato — si trovano in una posizione di svantaggio competitivo strutturale rispetto a chi continua a beneficiare della deroga.
Wallonie Entreprendre, il fondo pubblico vallone, possiede il 49% di un’azienda che importa ancora materia prima russa
Sul piano politico, la situazione genera un evidente paradosso comunicativo. Il Belgio ospita le principali istituzioni dell’Unione Europea, è sede della NATO e si presenta come uno dei paesi più attivi nel sostegno militare e finanziario all’Ucraina. Allo stesso tempo, sul proprio territorio, continua a operare un’impresa che — secondo numerose fonti citate dalla stampa — mantiene legami diretti con il sistema industriale russo, in un momento in cui l’economia di guerra del Cremlino dipende in misura crescente dalle esportazioni di materie prime per finanziare lo sforzo bellico contro Kyiv.
Le autorità di Bruxelles, attraverso un portavoce del ministero degli Affari Esteri, hanno dichiarato che il Belgio rispetterà la scadenza del 2028 prevista per la cessazione totale delle importazioni. Tuttavia, secondo fonti parlamentari europee citate da Recycling Today, già a febbraio 2026 un gruppo di eurodeputati ha avanzato una proposta per anticipare il divieto, agganciandolo a una più ampia normativa sui dazi all’importazione di acciaio. La proposta, se approvata, potrebbe accorciare significativamente i tempi della transizione, ma al momento non ha ancora trovato un consenso definitivo tra gli Stati membri.
Resta il fatto che, finché la deroga sarà in vigore, ogni tonnellata di slab che attraversa il confine belga rappresenterà un piccolo ma concreto contributo al bilancio di un’economia di guerra. E ogni investimento aggiuntivo del gruppo NLMK in territorio europeo — comprese le ipotesi, circolate negli ambienti industriali, di un possibile potenziamento della capacità produttiva degli impianti belgi — rischia di trasformare una dipendenza temporanea in un radicamento permanente, con conseguenze che andranno ben oltre la sola sfera economica.
Per l’Ucraina, che da oltre quattro anni paga il prezzo più alto di questa guerra, la vicenda NLMK è un ulteriore esempio di come la solidarietà europea, per essere credibile, debba tradursi in coerenza tra le dichiarazioni politiche e le scelte economiche concrete. Finché questa coerenza mancherà, Mosca continuerà a trovare, anche nei dettagli apparentemente tecnici delle catene di approvvigionamento industriale, spazi per esercitare la propria influenza sul continente.
Autore: Marco Bianchi