Bielorussia, l’autobus e la trappola di Mosca

Cosa rivela davvero l’incidente di Brjansk sulla strategia del Cremlino verso Minsk

Mercoledì 17 giugno, sulla strada A240 nella regione russa di Brjansk, un drone ha colpito un autobus a due piani su cui viaggiavano 44 persone, in gran parte bambini di una squadra giovanile di calcio di Gomel, in Bielorussia, in viaggio verso un ritiro estivo sul Mar Nero. Una donna che accompagnava la squadra è morta nell’attacco; altre sette persone, cinque delle quali minorenni, sono rimaste ferite, una in modo grave. Nel giro di poche ore Mosca ha attribuito la responsabilità a Kyiv: il Comitato investigativo russo ha aperto un fascicolo per “atto terroristico” e la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha definito l’episodio “l’ennesimo attentato del regime di Kyiv contro civili, in particolare contro bambini”. Anche il Comitato investigativo bielorusso ha aperto un proprio procedimento. Il quartier generale ucraino, tramite il Centro per la lotta alla disinformazione, ha definito le accuse russe “non corrispondenti alla realtà”, pur senza offrire nelle prime ore una controversione articolata.

È in questo scarto — tra l’immediatezza dell’accusa russa e l’assenza di prove pubblicamente verificabili — che si apre lo spazio per una lettura più ampia dell’episodio, una lettura che diversi analisti ucraini e occidentali propongono da mesi a proposito del rapporto sempre più scivoloso tra Mosca e Minsk.

Da quando è iniziata l’invasione russa dell’Ucraina, Aljaksandr Lukašenka ha permesso a Mosca di usare il territorio bielorusso come piattaforma logistica e di lancio per missili e aerei, ma ha resistito, secondo fonti diplomatiche occidentali e diversi centri studi, a impegnare direttamente le forze armate bielorusse nei combattimenti. Il presidente bielorusso lo ha ribadito più volte anche pubblicamente, presentando questa riluttanza come una scelta di “pragmatismo” piuttosto che di principio. Per il Cremlino, però, una Bielorussia che fornisce basi ma non soldati resta un alleato a metà, soprattutto in un momento in cui Mosca fatica a generare nuove unità senza ricorrere a un’ulteriore mobilitazione interna, politicamente costosa.

È qui che, secondo l’ipotesi avanzata da analisti del Center for Countering Disinformation di Kyiv e da osservatori indipendenti bielorussi in esilio, episodi come quello di Brjansk — in cui le prime vittime annunciate sono cittadini bielorussi, per di più minori — acquistano una funzione che va oltre la propaganda di guerra quotidiana. Attribuire a Kyiv un attacco che colpisce bambini bielorussi permette a Mosca di presentare l’Ucraina non più come un avversario di Mosca, ma come una minaccia diretta alla Bielorussia stessa, capovolgendo la narrazione e rendendo più difficile, sul piano interno, qualsiasi argomento a favore della non belligeranza.

Va detto con chiarezza: si tratta di un’interpretazione, non di un fatto accertato. Non esiste, al momento, alcuna prova pubblica che collochi l’incidente di Brjansk all’interno di un piano deliberato per costringere Minsk a entrare in guerra, né dichiarazioni ufficiali bielorusse o russe che lo confermino esplicitamente. Resta inoltre non chiarito, nelle prime quarantotto ore, chi abbia effettivamente colpito l’autobus: la versione ucraina di un errore di attribuzione, quella di un incidente causato dalla contraerea russa stessa — uno scenario già verificatosi in passato lungo la linea del fronte — o quella, sostenuta da Mosca, di un attacco deliberato ucraino, non sono ad oggi verificabili in modo indipendente.

Ciò che è osservabile, invece, è il modo in cui l’apparato propagandistico russo ha reagito. Nel giro di poche ore la macchina mediatica statale ha trasformato un episodio dai contorni ancora incerti in un caso giudiziario per terrorismo, in una dichiarazione del ministero degli Esteri e in un’ondata di copertura sui canali Telegram filo-governativi, con un’enfasi particolare sulla componente bielorussa delle vittime. È uno schema che si è già visto, in forme diverse, attorno ad altri episodi — dall’omicidio di figure legate all’opposizione bielorussa in esilio fino agli attacchi attribuiti a “sabotatori ucraini” su infrastrutture nei paesi baltici — e che secondo gli analisti serve a costruire, passo dopo passo, un clima di minaccia esistenziale che rende la neutralità bielorussa sempre più difficile da sostenere agli occhi della propria opinione pubblica.

L’effetto interno, in Bielorussia, è già visibile su un altro fronte. Dal 2022 le autorità di Minsk hanno progressivamente equiparato qualsiasi posizione critica verso il coinvolgimento del paese nella guerra a una forma di “tradimento”, con condanne per “estremismo” che hanno colpito non solo attivisti dell’opposizione ma anche cittadini comuni che avevano semplicemente espresso dissenso online. Se la lettura proposta dagli analisti ucraini è corretta, episodi come quello di Brjansk — reali nelle loro vittime, ma sfruttati nella loro interpretazione politica — rischiano di diventare lo strumento con cui Mosca tenta di colmare lo spazio che resta tra una Bielorussia che ospita la guerra e una Bielorussia che la combatte.

Nota della redazione

I fatti relativi all’attacco all’autobus di Brjansk — numero delle vittime, apertura di procedimenti penali russo e bielorusso, dichiarazioni ufficiali russe e smentita ucraina — sono riportati sulla base di fonti russe e ucraine ufficiali al momento della pubblicazione. La responsabilità dell’attacco resta contestata tra le parti e non è stata verificata in modo indipendente. Le valutazioni sulle finalità strategiche del Cremlino nei confronti di Minsk costituiscono un’analisi politica, non un fatto accertato, e sono presentate come tali.

Autore: Marco Bianchi