La promessa della benzina a 2 dollari si infrange contro la guerra con l’Iran, ma il vero obiettivo della Casa Bianca potrebbe andare oltre le elezioni di novembre.
Quando Donald Trump ha vinto le elezioni del 2024, la promessa che più di ogni altra aveva mobilitato l’elettorato era la benzina sotto i 2 dollari al gallone entro dodici mesi. A maggio 2026, con la guerra contro l’Iran e lo Stretto di Hormuz sostanzialmente chiuso da settimane, il prezzo medio al gallone ha superato i 4,30 dollari. Una sintesi efficace è quella di una testata centrista, ma indipendente, come Csmonitor: “La promessa dei 2 dollari si è trasformata, nel giro di poco più di un anno, in uno dei dossier più pericolosi per il Partito Repubblicano in vista di novembre”.
L’effetto diretto sui consumi è visibile e immediato, ma la dimensione più interessante, e più sottovalutata, è quella macroeconomica. Con il greggio stabilmente sopra i 100 dollari al barile e l’inflazione energetica che si trasmette a cascata sui trasporti, sull’alimentare e sulle bollette elettriche la Federal Reserve si trova in una posizione di paralisi strutturale.
Trump ha installato Kevin Warsh alla guida della Fed, confermato dal Senato il 13 maggio con 54 voti contro 45, il voto più divisivo nella storia moderna per la nomina di un presidente della banca centrale. Warsh ha promesso autonomia di giudizio, ha dichiarato di non voler essere il “burattino” di nessuno. Ma eredita una situazione in cui i prezzi all’ingrosso sono saliti del 6% solo ad aprile, spinti dall’energia, e i mercati prezzano ormai al 30% la probabilità di un rialzo dei tassi entro dicembre. La contraddizione è doppia: Trump voleva tassi più bassi per sostenere la crescita, e ha ottenuto invece un banchiere centrale che, anche volendo, difficilmente potrà tagliare senza alimentare l’inflazione prodotta dalla stessa guerra che Trump ha avviato.
Sul piano energetico, la retorica dell'”energy dominance”, pilastro del secondo mandato repubblicano fin dal primo giorno, si è rivelata fragile non appena ha incontrato la realtà. Energy Intelligence osserva che i benefici per i consumatori sono stati fin dall’inizio parziali, con i risparmi sulla benzina compensati da bollette elettriche in crescita. Con la guerra, anche quel magro bilancio è evaporato.
La risposta più comoda è che Trump sia stato trascinato in un conflitto da pressioni esterne, israeliane, in primo luogo, e da una logica di contenimento regionale che prescinde dai cicli elettorali americani. Chatham House ha notato che il presidente sembra oggi “più interessato a spendere capitale politico che a conservarlo”, una svolta rispetto all’immagine che lo stesso Trump aveva coltivato come oppositore delle “forever wars”.
Ma i produttori americani di gas naturale liquefatto, incentivati dall’agenda Trump all’esportazione, traggono vantaggio diretto dalla volatilità dei prezzi globali; e l’industria della difesa non soffre, evidentemente, del prolungarsi delle operazioni. Chi paga il conto alla pompa di benzina non è lo stesso soggetto che incassa i dividendi.
Come ricorda l’LSE Politics Blog in un’analisi di febbraio, la politica estera raramente sposta le elezioni di midterm americane, tranne quando si fonde, come in questo caso, con le conseguenze economiche vissute direttamente dagli elettori. Un sondaggio NPR/PBS/Marist di inizio maggio mostra i democratici avanti di 10 punti nel voto generico per il Congresso e Trump al 35% di approvazione sull’economia, il peggior risultato registrato in entrambi i mandati. Persino tra gli elettori repubblicani il consenso interno si è eroso: da +78 a +63 punti netti in poco più di un anno.
In questo contesto, c’è da chiedersi se le midterm di novembre rappresentino davvero il principale obiettivo di Trump, Bloomberg ha scritto chiaramente che “anche se il conflitto terminasse presto, gli elettori potrebbero fare i conti con il caro carburante ben dentro la stagione elettorale”, e il Washington Post ha notato che i prezzi della benzina, “una delle metriche preferite di Trump” sono esplosi esattamente quando i repubblicani speravano di fare campagna sui tagli fiscali.
Lo scenario è quello di un calcolo che supera novembre. Se i democratici riconquistassero la Camera, e forse anche il Senato, Trump otterrebbe qualcosa che conosce bene: un avversario istituzionale su cui scaricare ogni rallentamento economico futuro, una narrativa di assedio che ha già dimostrato di saper mobilitare la sua base, e soprattutto la libertà di presentarsi nel 2028 come il leader che aveva chiuso la questione Iran, ridisegnato i rapporti commerciali con la Cina, e ristabilito la centralità americana sulla scena globale. Una sconfitta tattica, in questa lettura, sarebbe la premessa per una rivendicazione futura.
Il rischio reale, però, è che il deterioramento economico si riveli troppo profondo e troppo persistente per essere governato narrativamente. I sondaggi mostrano che il 32% degli stessi elettori repubblicani attribuisce a Trump una responsabilità significativa per i prezzi del carburante. Le promesse misurabili, benzina, inflazione, potere d’acquisto, sono esattamente quelle su cui è più difficile costruire alibi. E novembre è solo fra sei mesi.