Nel discorso sullo stato dell’Unione del 2022, Ursula von der Leyen ha attaccato duramente i combustibili fossili. Oggi l’Europa è nel pieno di un’altra crisi energetica
Un’allenza di ONG chiede all’UE di preparare un rapporto “di alto livello, indipendente e basato sulla scienza” riguardante la propria uscita dai combustibili fossili, per evitare un’altra crisi energetica.Questo mercoledì, 16 settembre, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen pronuncerà il suo discorso sullo stato dell’Unione europea (SOTEU).
Si tratta della tradizionale occasione annuale per fare il punto sui dodici mesi appena trascosi, e definire le priorità politiche della UE per quelli a venire annunciando le iniziative in cantiere. Dopo l’intervento della capa dell’esecutivo UE, di norma, segue un dibattito con i membri del Parlamento europeo, per accrescere la responsabilità politica delal commissione.
Nel 2022 von der Leyen ha utilizzato il discorso sullo stato dell’UE per affrontare la crisi dei combustibili fossili in Europa, innescata dalla guerra in Ucraina, e ha ricordato la crisi energetica degli anni settanta provocata dal conflitto arabo-israeliano, conosciuto come la guerra del Kippur.”Alcuni di noi ricordano i fine settimana senza auto per risparmiare energia”, disse in quell’occasione von der Leyen, aggiungendo: “eppure, abbiamo continuato a percorrere la stessa strada. Non abbiamo eliminato la nostra dipendenza dal petrolio. E, peggio ancora, i combustibili fossili sono stati massicciamente sovvenzionati.
È stato un errore, non solo per il clima, ma anche per i nostri conti pubblici e per la nostra indipendenza. E continuiamo a pagarne il prezzo ancora oggi.”
Von der Leyen aggiunse che solo ‘pochi visionari’ avevano capito che il vero problema erano i combustibili fossili in quanto tali, non solo il loro prezzo.
Il costo dell’ultima crisi dei combustibili fossili in Europa
Quattro anni dopo, l’Europa si trova ad affrontare un problema molto simile, innescato dalla guerra contro l’Iran e dalla chiusura temporanea dello Stretto di Hormuz, una rotta marittima vitale che normalmente trasporta circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas.
A luglio la Commissione europea ha rivelato che, dall’inizio del conflitto, l’UE ha speso oltre 50 miliardi di euro in più per le importazioni di combustibili fossili, costi assorbiti in larga parte dalle famiglie. La cifra è ora stimata intorno ai 70 miliardi di euro.E questo nonostante i 32,2 miliardi di euro di risparmi legati all’energia solare, che hanno permesso di evitare ulteriori importazioni di gas e hanno rafforzato la produzione di elettricità domestica in tutto il continente.
Secondo la Commissione UE, una “transizione energetica accelerata, con l’elettrificazione al centro” potrebbe ridurre entro il 2040 le importazioni di gas di oltre il 70 per cento e quelle di petrolio greggio di oltre il 40 per cento.
Appello all’UE per definire una strategia di uscita dai combustibili fossili
Parlando a un incontro con la stampa lo scorso 10 settembre, Chiara Martinelli di CAN Europe, una delle principali alleanze di ONG impegnate contro la crisi climatica, ha dichiarato che gli europei stanno “pagando due volte” la dipendenza dell’UE dai combustibili fossili.
“Una volta attraverso i prezzi dell’energia, l’esposizione geopolitica e la pressione che questo esercita su famiglie e imprese, e di nuovo attraverso il costo umano ed economico dei disastri climatici”, ha spiegato.
“Non si tratta di due crisi distinte. La dipendenza dai combustibili fossili è alla radice di entrambe.”Per questo motivo CAN Europe (fonte in inglese), insieme a oltre 200 altre organizzazioni europee e nazionali, tra cui 16 associazioni di categoria, chiede a von der Leyen di utilizzare il SOTEU per promuovere la stesura di un “rapporto di alto livello, indipendente e basato sulla scienza” sulla strategia di uscita dell’Europa dai combustibili fossili.”Non è semplicemente un appello a fare di più per il clima. Si tratta di affermare che porre fine alla dipendenza dell’Europa dai combustibili fossili è, in modo fondamentale, nell’interesse economico e strategico dell’Europa stessa”, ha aggiunto Marinelli.
“L’Europa lo ha già fatto. Il rapporto Draghi ha messo la competitività al centro dell’agenda politica dell’UE. Chiediamo che lo stesso peso politico e la stessa capacità di definire l’agenda siano applicati anche in questo caso.”
Il rapporto Draghi, redatto nel 2024 dall’ex presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, ha avvertito che l’Europa rischia di restare indietro rispetto a Stati Uniti e Cina se non aumenta in modo significativo investimenti, innovazione e produttività, ponendo decarbonizzazione e sicurezza energetica come pilastri centrali. Dal rapporto è scaturita l’adozione da parte dell’UE della roadmap Competitiveness Compass, che ha ripreso molte delle raccomandazioni avanzate da Draghi.
Martinelli sostiene che questo è il momento per chiarire che l’Europa non può uscire da una crisi energetica continuando ad alimentarla.
Sostiene che l’Europa non può costruire un’economia sicura su un sistema energetico che non controlla, in cui guerre o blocchi negli stretti “dall’altra parte del mondo” decidono quanto gli europei pagano per riscaldare le proprie case.
“Abbiamo già la possibilità di sostituirlo con un sistema energetico accessibile, rinnovabile, sicuro e prodotto in casa”, aggiunge. “Von der Leyen ha individuato lei stessa questo problema, già quattro anni fa. Ora ha l’opportunità di porvi fine e di fare in modo che questa sia l’ultima crisi dei combustibili fossili per l’Europa.“
Che cosa significa davvero la dipendenza dell’Europa dai combustibili fossili
Oltre all’impennata dei costi dell’energia, la dipendenza dell’Europa dai combustibili fossili comporta enormi rischi economici, avvertono gli esperti.
Léa Malfrait dell’Electrification Alliance afferma che il 75 per cento delle imprese dell’UE indica i costi dell’energia come “ostacolo principale” agli investimenti in Europa.
Il continuo ricorso ai combustibili fossili ha inoltre spianato la strada a nuovi episodi di condizioni meteorologiche estreme, facendo sì che agosto registrasse il primato di mese più caldo al mondo, insieme a luglio 2023.
Le ondate di calore consecutive di quest’estate, che secondo gli scienziati sarebbero state “praticamente impossibili” senza il cambiamento climatico, hanno provocato almeno 35.000 morti in eccesso in tutto il continente.
Sono stati bruciati anche oltre 637.000 ettari di territorio, mentre la siccità ha alimentato incendi devastanti che hanno portato a uno dei più grandi sforzi di evacuazione dalla Seconda guerra mondiale. Le prime stime suggeriscono che il solo caldo estremo di quest’estate potrebbe cancellare circa 180 miliardi di euro di produzione economica dell’UE. Una cifra sufficiente a azzerare tutta la crescita prevista per il 2026.