Il profumo della complicità

L’Italia è diventata uno dei principali fornitori europei di profumeria alla Russia in guerra. Non è un paradosso involontario del mercato: è il risultato prevedibile di scelte regolatorie deliberate, di un tessuto imprenditoriale riluttante ad abbandonare Mosca e di un sistema di importazione parallela che aggira con disinvoltura ogni spirito sanzionatorio.

Mentre i generatori ucraini funzionano a singhiozzo sotto i missili russi e le cancellerie europee discutono del quattordicesimo, quindicesimo, sedicesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, nelle boutique di profumeria di San Pietroburgo e di Mosca le fragranze italiane non mancano. Acqua di Parma, Bvlgari, Salvatore Ferragamo: i nomi sono cambiati sugli scaffali soltanto nel senso che, a volte, mancano le etichette originali in lingua italiana. Ma il contenuto, il flacone, la qualità riconoscibile del Made in Italy — quello è rimasto. Puntuale come prima della guerra. In qualche caso più abbondante.

I dati del commercio internazionale sono impietosi nel loro laconismo. Secondo le analisi elaborate dall’Osservatorio della Complessità Economica, nel solo novembre 2024 la Russia figurava ancora tra le prime cinque destinazioni delle esportazioni italiane di profumi, con un valore di circa 14 milioni di euro in un solo mese. Una cifra che, in un anno intero, proietta un flusso commerciale ben superiore ai 100 milioni. A livello di commercio cosmetic-perfume, i dati aggregati della piattaforma Volza mostrano che tra marzo 2023 e febbraio 2024 la Russia è stata il principale importatore di prodotti cosmetici e profumieri dall’Italia, con oltre 3.700 spedizioni, pari al 33% del totale. Un primato che non suona come un titolo di gloria.

33% Quota della Russia nelle esportazioni cosmetiche italiane (mar. 2023 – feb. 2024)

€300 Soglia UE oltre la quale un profumo è considerato “bene di lusso” soggetto a divieto

95% Imprese italiane con fabbriche in Russia che continuano ad operare (fonte: Confindustria)

€52 MValore delle esportazioni italiane di profumi verso la Russia nel 2023 (fonte: TAdviser)

La soglia dei 300 euro: una lacuna architettata

Il Regolamento UE 428/2022 ha introdotto il divieto di esportare verso la Russia quelli che la Commissione europea definisce “beni di lusso”. La categoria comprende abbigliamento, gioielli, automobili, caviale, champagne — e sì, anche i profumi. Ma con un dettaglio che ha finito per diventare una porta aperta per l’intera industria: il divieto si applica soltanto ai prodotti il cui valore supera i 300 euro per unità. Al di sotto di quella soglia, i profumi non sono “di lusso”. Sono merci ordinarie. E come tali possono liberamente viaggiare verso Mosca.

È una distinzione che in apparenza sembra ragionevole — proteggere i consumi di massa, colpire solo l’élite. In pratica si è rivelata una lacuna capace di inghiottire l’intera logica sanzionatoria nel settore della bellezza. La grande maggioranza dei profumi venduti nell’universo della distribuzione di massa — dalle eau de toilette della grande distribuzione organizzata ai flaconi da 30 ml delle linee accessibili di brand blasonati — si colloca precisamente al di sotto della soglia critica. Un profumo Armani in formato travel, un eau de cologne Versace, una eau de toilette Valentino: tutto perfettamente esportabile, perfettamente legale, perfettamente utile a mantenere la presenza del Made in Italy nei mercati di una nazione che ha scelto la guerra.

«Il divieto è disegnato per colpire l’élite, ma l’élite russa non si profuma necessariamente con ciò che costa di più. Si profuma con ciò che porta il marchio giusto. E i marchi giusti continuano ad arrivare, regolarmente, attraverso canali che la norma non ha nemmeno provato a chiudere.»Analisi editoriale — Eastward Report

Ma c’è un secondo piano della questione, ancora più rilevante. Anche i profumi che teoricamente dovrebbero rientrare nel divieto — quelli sopra la soglia, quelli etichettati come lusso — continuano di fatto a raggiungere il mercato russo. Non direttamente dall’Italia. Non formalmente dall’Unione europea. Ma attraverso un sistema di importazione parallela che il governo russo ha non soltanto tollerato, bensì istituzionalizzato.

L’importazione parallela: il labirinto legale di Mosca

Nell’aprile 2022, poche settimane dopo l’avvio dell’invasione su larga scala, il governo russo ha inserito tutta la categoria della profumeria nell’elenco delle merci ammesse all’importazione parallela. La misura, apparentemente difensiva — pensata per garantire la disponibilità di beni che le sanzioni avrebbero potuto sottrarre al mercato interno — si è in realtà trasformata in uno strumento di aggiramento sistematico. I distributori russi acquistano legalmente i profumi da rivenditori europei, da intermediari turchi, da grossisti emiratini. Il prodotto transita per Istanbul o Dubai, viene sdoganato in Russia con documentazione che ne certifica l’origine terza, e riappare sugli scaffali delle catene Letual e Rivegauche con un rincaro del 5-15% rispetto al prezzo di acquisto. Nessuna legge russa violata. Nessuna legge europea formalmente violata. Un sistema che funziona.

Meccanismo · Come funziona il circuito parallelo

Dalla boutique italiana allo scaffale di Mosca: le tre tappe dell’aggiramento

Tappa 1 Il produttore o distributore italiano vende regolarmente il profumo a un rivenditore europeo — spesso in paesi baltici, Polonia o Bulgaria — senza violare alcuna sanzione, poiché la destinazione formale è UE.

Tappa 2 Il rivenditore cede la merce a un intermediario con sede in Turchia o negli Emirati Arabi Uniti, paesi che non hanno aderito al regime sanzionatorio occidentale. Il prodotto viene riesportato legalmente verso la Russia.

Tappa 3 Il governo russo sdogana il prodotto in regime di importazione parallela. Il brand originale non ha mai acconsentito, ma il meccanismo è legale nel diritto russo. Il profumo arriva al consumatore finale con un modesto sovrapprezzo.

La Commissione europea ha cercato di chiudere questa finestra con l’introduzione, a partire dal 14° pacchetto di sanzioni del giugno 2024, della cosiddetta “no-Russia clause”: l’obbligo contrattuale per gli esportatori UE di inserire nei propri accordi commerciali con paesi terzi un divieto esplicito di riesportazione verso la Russia. Ma l’efficacia di questo strumento è limitata dalla difficoltà di monitoraggio e dall’assenza di sanzioni severe per i trasgressori. Come ha osservato un’analisi dello Studio Legale Padovan, “le prime banali osservazioni è che gli obblighi imposti agli esportatori UE per il momento non sembrano accompagnati da specifiche sanzioni a loro carico in caso di mancato adempimento.” Un obbligo senza conseguenze è, nella sostanza, un suggerimento.

L’imprenditoria italiana e il legame con Mosca

Al di là delle lacune regolatorie, va affrontato il tema più scomodo: la particolare riluttanza del tessuto imprenditoriale italiano ad abbandonare il mercato russo. Prima dell’invasione, la Russia era una destinazione di primo piano per il Made in Italy in quasi tutti i settori — moda, alimentare, meccanica, arredamento. Secondo i dati di Confindustria, nel 2014 — anno della prima crisi ucraina e delle prime sanzioni — la Russia assorbiva il 2,7% delle esportazioni italiane totali, con oltre 11.000 imprese coinvolte. Erano stati costituiti circa 442 stabilimenti produttivi locali, con un giro d’affari di 7,4 miliardi di euro.

Quel legame non si è dissolto con il febbraio 2022. Al contrario: secondo le stime dell’Associazione degli imprenditori italiani operanti in Russia, circa il 95% delle imprese italiane con stabilimenti produttivi nel paese ha continuato a operare dopo l’inizio dell’invasione su larga scala. Più del 70% dei brand ha mantenuto una presenza commerciale attiva. Le dichiarazioni di facciata — “stiamo valutando la situazione”, “rispettiamo le sanzioni”, “il mercato russo non è strategico per noi” — hanno spesso convissuto con flussi commerciali sostanzialmente invariati.

«L’Italia ha storicamente intrattenuto con la Russia una relazione economica più profonda di molti altri partner europei. Il problema è che quella profondità si è trasformata in un’ancora che impedisce alla politica sanzionatoria di esercitare la pressione necessaria.»Analisi editoriale — Eastward Report

La specificità del settore cosmetico e profumiero è che si presta con particolare facilità a questo tipo di permanenza silenziosa. A differenza della meccanica strumentale o della componentistica industriale — dove i controlli doganali sono più stringenti e la destinazione finale è più tracciabile — i profumi sono piccoli, leggeri, ad alto valore relativo e facilissimi da smistare attraverso intermediari. La catena distributiva è lunga, opaca, distribuita su più giurisdizioni. Chi esporta eau de toilette a un grossista di Budapest difficilmente sa — o vuole sapere — dove quel grossista la manderà.

Un’architettura sanzionatoria con crepe strutturali

La vicenda dei profumi italiani verso la Russia non è un’anomalia marginale. È il sintomo di una debolezza strutturale nel disegno del regime sanzionatorio europeo. Come ha sintetizzato Guntram Wolff, direttore del think tank Bruegel, in un’intervista a Euronews già nel 2022: “Siamo onesti. Putin non sarà impressionato dal fatto che la classe superiore russa non possa più comprare borsette italiane. Quello che lo impressionerà è se l’Occidente riesce a bloccare efficacemente le entrate da petrolio e gas.” Parole profetiche, e ancora attuali: la pressione sulle risorse energetiche resta il vero nervo della strategia economica contro Mosca. Le sanzioni sui beni di consumo — profumi inclusi — sono state concepite più come messaggio politico che come strumento di erosione reale.

Ma un messaggio politico che non viene rispettato, o che può essere aggirato con relativa semplicità, diventa un messaggio controproducente. Segnala la disponibilità dell’Europa a fare gesti simbolici senza sopportare i costi reali dell’isolamento economico. Segnala che le regole hanno eccezioni, e che le eccezioni hanno eccezioni. E segnala, in modo specifico, che alcuni paesi membri — l’Italia tra i più evidenti — mantengono canali commerciali informalmente tollerati con l’economia russa, anche mentre sottoscrivono formalmente ogni nuovo pacchetto di restrizioni.

Cosa chiedere all’industria, e a Roma

Non si tratta di invocare un embargo totale su ogni flacone di profumo — una misura che sarebbe proporzionalmente inutile rispetto ai costi imposti all’industria italiana. Si tratta di chiedere tre cose concrete. Prima: abbassare o eliminare la soglia dei 300 euro come discriminante tra “lusso” e “non lusso” nel settore della profumeria, dove la distinzione non ha senso né simbolico né pratico. La Russia importa fragranze per 52 milioni di euro l’anno dall’Italia: la maggior parte di quel flusso transita al di sotto della soglia critica e non è raggiunto da alcun divieto. Seconda: rafforzare i meccanismi di enforcement della “no-Russia clause”, con sanzioni amministrative effettive per gli esportatori che non garantiscono il rispetto del divieto di riesportazione da parte dei propri acquirenti terzi. Terza: attivare un registro pubblico europeo delle aziende che continuano a operare attivamente in Russia, così da restituire trasparenza a un fenomeno che oggi si nasconde dietro la discrezionalità dei singoli operatori.

Su quest’ultimo punto, il confronto con altri settori è illuminante. In Germania, un concessionario di auto di lusso è stato condannato in sede penale per aver venduto veicoli a clienti russi in violazione delle sanzioni. In Finlandia, le autorità doganali hanno sequestrato dipinti per un valore di 46 milioni di euro destinati alla Russia. L’applicazione delle norme esiste, ma è asimmetrica: pesa su chi è esposto e visibile, lascia ampi spazi a chi opera in settori meno monitorati — come appunto la profumeria — e a chi sa sfruttare la giurisdizione più favorevole.

Il profumo come metafora

C’è qualcosa di appropriatamente ironico nell’uso del profumo come caso studio della tenuta sanzionatoria europea. I profumi sono, per definizione, ciò che si percepisce da lontano ma che sfugge a un’analisi chimica superficiale. Così le sanzioni: producono un effetto — la Russia è oggi il paese più sanzionato al mondo, con oltre cinquemila misure restrittive accumulate — ma quell’effetto è in parte illusorio, in parte reale, e difficilissimo da misurare con precisione.

Quello che possiamo misurare, con i dati commerciali che abbiamo, è che l’Italia continua ad essere uno dei principali fornitori di profumi alla Russia. Che il canale è in parte diretto, in parte mediato da Turchia ed Emirati, in parte mascherato da importazione parallela legalizzata da Mosca. Che il tessuto imprenditoriale italiano ha scelto, nella grande maggioranza dei casi, di non recidere il legame con il mercato russo. E che le istituzioni europee e italiane hanno finora tollerato questo stato di cose, limitandosi a raccomandazioni e linee guida prive di denti.

In un conflitto in cui ogni rublo che entra nelle casse statali russe può tradursi in un missile sull’Ucraina, la decisione di chiudere un occhio sul flusso di profumi verso Mosca non è una questione commerciale secondaria. È una scelta politica. E come tale andrebbe difesa pubblicamente — o abbandonata.

Nota editoriale

I dati sulle esportazioni italiane di profumi verso la Russia sono tratti dalle banche dati dell’Osservatorio della Complessità Economica (OEC), dalla piattaforma Volza e dall’analisi TAdviser del mercato russo della profumeria. Le statistiche sulla presenza di imprese italiane in Russia riflettono stime dell’associazionismo imprenditoriale italo-russo e di Confindustria. Le interpretazioni e le valutazioni politiche sono di esclusiva responsabilità dell’autore e non rappresentano la posizione ufficiale di alcun organo istituzionale. Eastward Report è una testata indipendente specializzata in analisi geopolitica dell’Europa centro-orientale.

Marco Fumagalli

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