Mentre l’Italia rivendica fermezza verso Mosca e sostegno a Kyiv, il palladio russo continua a entrare legalmente nei container dei porti del Nord. Non è un’elusione: è una scelta politica scritta nero su bianco nei regolamenti europei.
Ci sono guerre che si combattono nei convogli di carri armati, e ci sono guerre che si finanziano nei container. Da oltre quattro anni l’Unione europea vara pacchetto dopo pacchetto di sanzioni contro la Russia: petrolio, carbone, acciaio, diamanti, beni di lusso, tecnologie a duplice uso. Eppure esiste un metallo grigio-argenteo, fratello minore del platino, che attraversa ancora oggi le frontiere dell’Unione senza incontrare un solo ostacolo legale. Si chiama palladio, ha il simbolo Pd e il numero atomico 46, e la sua presenza nei bilanci delle case automobilistiche europee — italiane comprese — racconta una storia che la retorica ufficiale di Roma preferisce non raccontare.
Un buco scritto nelle regole, non un’elusione
Bisogna essere precisi, perché qui non si tratta di un’azienda furba che aggira un divieto: il divieto, semplicemente, non esiste. Fin dal quarto pacchetto sanzionatorio del marzo 2022, il testo del regolamento europeo che vieta l’importazione di determinate materie prime russe contiene un’eccezione esplicita per titanio, alluminio, rame, nichel, palladio e minerali di ferro. Sono le parole stesse della normativa, non un’interpretazione. Mentre Bruxelles chiudeva la porta al carbone e al petrolio, lasciava volutamente socchiusa quella dei metalli che l’industria pesante europea — motori, turbine, semiconduttori, marmitte catalitiche — non poteva permettersi di perdere da un giorno all’altro.
Il motivo non è un segreto. Nel marzo 2022 il solo timore di una rottura delle forniture russe fece schizzare il prezzo del palladio a oltre 3.400 dollari l’oncia, un record assoluto. Più dell’80% della domanda mondiale di questo metallo serve a un solo scopo: rivestire i catalizzatori dei motori a combustione interna, riducendone le emissioni inquinanti. La Russia, attraverso il colosso minerario Nornickel, controlla circa il 40% della produzione mondiale. Bloccarne le forniture in modo brusco avrebbe significato, per l’industria automobilistica europea, un contraccolpo che nessun governo era disposto a incassare. Così, in silenzio, il palladio è rimasto fuori dalla lista nera.
Cosa esclude, esplicitamente, il regolamento UE
22 Tititanio
13 Alalluminio
29 Curame
28 Ninichel
46 Pdpalladio
L’elenco compare, identico, in ogni revisione del pacchetto sanzionatorio europeo dal 2022 a oggi. Non è una scappatoia che qualcuno ha trovato: è una clausola che qualcuno ha scritto.
L’Italia, motore d’Europa — anche per questo
L’Italia non è un attore marginale in questa partita. È la seconda base manifatturiera automobilistica del continente, sede di una filiera di componentistica — marmitte, convertitori catalitici, sistemi di post-trattamento dei gas di scarico — che dal Piemonte all’Emilia lavora per i grandi gruppi europei e non solo. È una filiera che, per ragioni puramente tecniche, ha bisogno di palladio, e che lo trova sul mercato internazionale a prezzi competitivi grazie, in larga parte, proprio all’offerta russa rimasta intatta dalle sanzioni.
Qui si apre la contraddizione che dà il titolo a questo articolo. Il governo italiano si presenta, dal 2022, come uno degli alleati più solidi di Kyiv in Europa: ha approvato senza esitazioni tutti i pacchetti sanzionatori europei, ha fornito sistemi d’arma e addestramento, ha ospitato vertici e conferenze sulla ricostruzione ucraina. È una postura coerente, almeno sulla carta. Ma la coerenza si misura anche nei flussi commerciali, e lì il quadro si fa più sfumato: l’industria italiana continua a comprare, legittimamente, uno dei pochi prodotti russi che genera ancora valuta pregiata per Mosca senza che nessuna norma lo impedisca.
Non è ipocrisia nel senso stretto del termine — è una scelta di policy che nessuno, a Roma come a Bruxelles, ha davvero voluto rendere esplicita davanti all’opinione pubblica.
Chi incassa, dall’altra parte
Sul lato russo della catena, il nome che conta è uno solo: Nornickel, il gigante minerario controllato dall’oligarca Vladimir Potanin, ex viceprimo ministro ed ex socio storico del Cremlino nei dossier delle privatizzazioni post-sovietiche. Potanin è sottoposto a sanzioni personali da parte di Stati Uniti e Regno Unito. La sua azienda, però, no: Bruxelles non ha mai colpito Nornickel come entità societaria. Secondo le ricostruzioni del consorzio giornalistico Investigate Europe, basate su dati Eurostat e del Centro comune di ricerca della Commissione europea, tra l’inizio dell’invasione e la metà del 2023 l’Unione ha importato materie prime critiche dalla Russia per un valore complessivo di 13,7 miliardi di euro — e nello stesso periodo Nornickel da sola ha fatto transitare oltre 3 miliardi di dollari di palladio, platino e rodio attraverso l’aeroporto di Zurigo, sfruttando filiali registrate in Svizzera e Finlandia per restare fuori dal perimetro delle sanzioni dirette.
È un meccanismo che si autoalimenta: più l’industria occidentale ha bisogno del metallo, meno è disposta a sanzionare chi lo produce. E ogni euro che attraversa questo canale, per quanto destinato a un uso civile e perfettamente legale, finisce comunque nei conti di un’azienda le cui imposte, dividendi e royalties contribuiscono al bilancio dello stato russo — lo stesso bilancio da cui Mosca attinge per finanziare lo sforzo bellico in Ucraina. Non è un flusso etichettato “guerra”: è un flusso fiscale ordinario, ed è proprio questo a renderlo difficile da contestare sul piano giuridico e comodo da ignorare sul piano politico.
~40%della produzione mondiale di palladio passa per Nornickel
13,7 mld €materie prime critiche russe importate dalla UE, mar. 2022 – lug. 2023 (Investigate Europe / Eurostat)
>80%della domanda globale di palladio destinata ai catalizzatori per auto
Quando qualcun altro decide di agire
Che la scappatoia sia evitabile, lo dimostra chi ha scelto un’altra strada. Negli Stati Uniti, il produttore Sibanye-Stillwater e il sindacato United Steelworkers hanno presentato formali istanze antidumping e compensative contro le importazioni di palladio grezzo russo, secondo quanto ricostruito dal World Platinum Investment Council. Non si tratta di sanzioni geopolitiche in senso classico, ma di strumenti di difesa commerciale — eppure il risultato pratico è lo stesso: rendere strutturalmente più costoso, e quindi meno attraente, comprare palladio da Mosca. È la dimostrazione che un margine di manovra, tecnico e non solo politico, esiste. L’Unione europea, e con essa l’Italia, ha scelto fin qui di non percorrerlo.
La domanda che resta sul tavolo
Non si tratta di chiedere all’industria automobilistica italiana di fermare le linee di produzione dall’oggi al domani: sarebbe una richiesta irrealistica, e probabilmente controproducente, in un settore già sotto pressione per la transizione elettrica e la concorrenza asiatica. Si tratta, più modestamente, di chiamare le cose con il loro nome. Se la guerra in Ucraina è — come ripete da quattro anni ogni esecutivo italiano, di qualunque colore — una priorità strategica del Paese, allora la coerenza tra le parole pronunciate nei consessi internazionali e i flussi commerciali che attraversano i porti di Genova, Trieste e Livorno non può restare un dettaglio tecnico relegato alle tabelle doganali. Il palladio non fa rumore, non si vede nei telegiornali, non ha l’impatto simbolico del gas o del petrolio. Ma è, a tutti gli effetti, un anello della stessa catena — e finché resterà fuori dal perimetro delle sanzioni, ogni dichiarazione di fermezza verso Mosca porterà con sé, sottotraccia, anche questo silenzio.
Nota redazionaleQuesto articolo è un commento di opinione. I dati citati sui flussi commerciali UE–Russia di materie prime critiche fanno riferimento alle elaborazioni del consorzio Investigate Europe su fonti Eurostat e Centro comune di ricerca (JRC) della Commissione europea; il quadro normativo richiamato corrisponde alle deroghe esplicite previste nei pacchetti sanzionatori dell’Unione europea contro la Russia dal 2022 a oggi; i riferimenti alle istanze commerciali statunitensi si basano sulle analisi del World Platinum Investment Council. L’autore è collaboratore della redazione Esteri.
Autore: Autore: Marco Bianchi
