Ungheria al voto tra esplosivi e influenze esterne. Democrazia sotto pressione

A Budapest si vota il 12 aprile, tra accuse di interferenze russe e sostegno dei trumpiani a Orbán è in gioco il futuro della democrazia nell’UE

Tutto parte da un ritrovamento inquietante: due zaini pieni di esplosivo e detonatori scoperti domenica in Serbia a pochi metri dal gasdotto TurkStream, a 20 chilometri dal confine ungherese. Orbán ha convocato immediatamente il Consiglio di difesa nazionale adombrando, ma senza dirlo esplicitamente, una responsabilità di Kiev in combutta con l’opposizione ungherese. Ma il principale avversario, Péter Magyar, ha subito accusato il premier di aver orchestrato una montatura con la complicità il presidente serbo Vučić per seminare panico e condizionare le elezioni del 12 aprile. L’Ucraina ha respinto ogni coinvolgimento, definendo l’episodio una “false flag russa”. Analisti di sicurezza avevano previsto esattamente questo scenario giorni prima del ritrovamento, indicando persino l’infrastruttura. L’episodio rivela il clima di questa campagna elettorale: paura, disinformazione e interferenze esterne come strumenti politici.

Elezioni decisive per il futuro dell’Europa

Le elezioni ungheresi del 12 aprile non riguardano solo Budapest. L’Ungheria pesa appena l’1,1% del PIL dell’UE e il 2% della sua popolazione, eppure ha esercitato un’influenza sproporzionata sulle istituzioni europee. Orbán ha bloccato sistematicamente aiuti all’Ucraina, sanzioni alla Russia, fondi UE. Ha ispirato leader illiberali come il premier slovacco Fico e il ceco Babiš, alimentato i nazionalismi di Marine Le Pen e Geert Wilders. Una sua sconfitta o una sua vittoria ridisegnerebbe gli equilibri del Continente.Trump e Putin dietro Orbán

A pochi giorni dal voto, il vicepresidente americano JD Vance si è recato a Budapest in quello che molti analisti leggono come un disperato tentativo di salvare Orbán dal tracollo elettorale. Reti di think tank finanziati con denaro russo – in particolare il Mathias Corvinus Collegium, beneficiario di una quota azionaria nella compagnia energetica MOL regalata da Orbán – hanno costruito ponti ideologici tra Budapest, il movimento MAGA e la destra nazionalista europea. Così come ha avuto il sostegno del governo italiano, in video da parte della premier Meloni e di persona con la visita a Budapest di Matteo Salvini. Lo stesso Trump ha sostenuto Orbán due volte nelle ultime settimane. Secondo il Washington Post, l’intelligence russa ha persino valutato di inscenare un attentato contro Orbán per rilanciarne la popolarità.

Le autocrazie orientali che erodono la democrazia europea

Orbán ha trasformato l’Ungheria in quella che lui stesso chiama “democrazia illiberale”: tribunali svuotati di indipendenza, media diventati per l’80% propaganda di regime, leggi elettorali distorte a favore di Fidesz. Ha esteso le cosiddette “leggi cardinali” — che richiedono una maggioranza dei due terzi — a quasi ogni ambito della vita pubblica, blindando le proprie riforme contro qualsiasi futuro governo di segno diverso. Uno schema analogo ha caratterizzato la Polonia di Diritto e Giustizia, dove il governo Tusk fatica tuttora a smontare nove anni di colonizzazione istituzionale. In Slovacchia Fico segue la stessa traiettoria.

Il rischio, concreto, è che questo modello — svuotamento progressivo dello Stato di diritto dall’interno delle istituzioni democratiche — si propaghi ad altri paesi UE, corrodendo le fondamenta comuni dell’Unione. 

In fondo Orbán ha applicato magistralmente la lezione per cui il potere si preserva prima colonizzando le istituzioni, poi usando la legge come strumento di controllo, infine costruendo una narrazione del nemico esterno. E lo ha fatto iniziando subito dopo la vittorie alle politiche del 2010, grazie ad una supermaggioranza frutto della legge elettorale del tempo.

rainews.it

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