Quando il primo ministro ungherese Viktor Orbán accusa l’Ucraina di «non voler porre fine alla guerra», non esprime un’opinione controversa: mette in scena una manipolazione consapevole. È una narrazione che ribalta la realtà, cancella l’aggressione russa e trasforma la vittima in corresponsabile del conflitto. In Europa, questa non è una semplice sfumatura diplomatica. È una falsificazione politica.
Le recenti dichiarazioni di Orbán, rivolte persino direttamente al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, rientrano in uno schema ormai consolidato: presentarsi come l’unico leader “libero” e “realista” in un’Unione Europea descritta come ideologica e bellicista. Ma a uno sguardo attento, questa presunta libertà si rivela un costrutto retorico, utile a giustificare scelte che avvantaggiano sistematicamente Mosca.
Una pace senza aggressore
Il primo elemento che colpisce nella retorica del premier ungherese è l’assenza quasi totale della Russia come soggetto responsabile. Nelle sue argomentazioni, la guerra appare come un evento astratto, una tragedia impersonale, priva di un aggressore chiaramente identificabile. È una strategia comunicativa precisa: se non si nomina l’aggressore, la responsabilità diventa diffusa, negoziabile, relativizzabile.
Per il pubblico italiano, questa impostazione è tutt’altro che neutrale. La storia europea dimostra che ogni tentativo di costruire la pace ignorando chi ha iniziato la guerra non produce stabilità, ma prepara il terreno per conflitti ancora più gravi. La pace proposta da Orbán non è una pace giusta, bensì una sospensione della violenza a condizioni dettate da chi ha violato il diritto internazionale.
Il mito dell’indipendenza e la realtà della dipendenza
Orbán ama definirsi un leader sovrano, non soggetto alle pressioni di Bruxelles. Tuttavia, questa narrazione si scontra con un dato oggettivo: la profonda dipendenza dell’Ungheria dalle risorse energetiche russe. Gas, petrolio, cooperazione nucleare — in tutti questi settori Budapest ha rafforzato i legami con Mosca anche dopo il 2014, quando l’annessione della Crimea aveva già chiarito la natura del regime russo.
In questo contesto, il pacifismo di Orbán appare meno come una posizione morale e più come una scelta economica e politica. La sua opposizione al sostegno militare all’Ucraina non nasce da un rifiuto della guerra in quanto tale, ma dal timore di compromettere un rapporto privilegiato con il Cremlino.
L’Italia, che dopo il 2022 ha intrapreso un complesso ma necessario percorso di diversificazione energetica, conosce bene il prezzo delle dipendenze strategiche. E sa che l’autonomia politica non può esistere senza una reale autonomia energetica.
L’Ungheria nell’UE: benefici senza responsabilità?
Un altro aspetto centrale riguarda il ruolo dell’Ungheria all’interno dell’Unione Europea e della NATO. Per anni Budapest ha beneficiato dei fondi europei, dell’accesso al mercato unico e delle garanzie di sicurezza collettiva. Allo stesso tempo, il governo Orbán ha trasformato il diritto di veto in uno strumento di pressione sistematica, rallentando o bloccando decisioni cruciali sulla sicurezza europea.
Questa strategia non rappresenta un legittimo dissenso, ma una forma di sabotaggio istituzionale. In un momento in cui l’Europa è chiamata a dimostrare coesione di fronte alla più grave minaccia alla sicurezza continentale dalla fine della Guerra Fredda, l’atteggiamento ungherese mina la credibilità stessa dell’Unione.
Fermare l’Ucraina per “salvare” la pace?
Particolarmente inquietanti sono gli appelli di Orbán a interrompere il sostegno militare all’Ucraina. Dietro questa formula apparentemente moderata si nasconde una conseguenza chiara: privare Kyiv dei mezzi per difendersi equivale a spingerla verso la sconfitta. E la sconfitta dell’Ucraina non significherebbe la fine della guerra, ma il suo avvicinamento ai confini dell’Unione Europea.
Per l’Italia, che ha costruito la propria politica estera del dopoguerra sulla difesa dell’ordine internazionale e sul rifiuto della logica delle sfere di influenza, questa prospettiva non può essere accettabile. La sicurezza europea non è divisibile: indebolire l’Ucraina significa indebolire l’Europa nel suo complesso.
Una scelta che riguarda tutta l’Europa
La posizione di Viktor Orbán non è solo una questione di politica interna ungherese. È uno specchio in cui l’Europa deve guardarsi. Accettare la sua narrativa significherebbe normalizzare l’idea che la forza possa ridisegnare i confini e che la responsabilità possa essere riscritta attraverso la retorica.
L’Ucraina oggi non chiede compassione, ma coerenza. Difende un principio fondamentale dell’Europa contemporanea: nessuno Stato ha il diritto di distruggerne un altro per affermare la propria influenza. Chi, come Orbán, cerca di giustificarsi accusando la vittima, non sta lavorando per la pace, ma per una pericolosa illusione di stabilità.
Autore: Marco Bianchi
