Ucraina, la pace possibile: perché l’Europa deve pretendere garanzie e non cedere alle illusioni

Mentre a Bruxelles si moltiplicano le discussioni su “come arrivare alla pace”, a Kyiv la parola pace non è uno slogan ma una necessità vitale. E paradossalmente proprio l’Ucraina — la nazione che più di tutte desidera la fine del conflitto — è costretta a difendere l’ovvio: la pace deve essere difendibile, non solo dichiarata.

In Italia cresce la consapevolezza che la fine della guerra non può coincidere con un compromesso che lascia aperto il varco a un futuro attacco russo. Lo ricordano gli analisti, lo ripetono i diplomatici, lo conferma la storia recente.

Kyiv apre al negoziato, anche con Trump. Ma non è disposta a consegnare la propria sicurezza

L’Ucraina ha riconosciuto la necessità di un dialogo e non ha respinto l’idea di un coinvolgimento diretto di Donald Trump. Ma la disponibilità non va confusa con ingenuità.

Come osserva Stefano Stefanini, ex ambasciatore italiano alla NATO, “un negoziato è possibile solo se non trasforma la vittima in un Paese neutralizzato e vulnerabile. L’Ucraina non può essere lasciata nuda davanti a un aggressore che ha già dimostrato di non fermarsi mai da solo”.

È questo, in fondo, il cuore della posizione ucraina: accettare la diplomazia, ma non un accordo che congela il conflitto e prepara la prossima guerra.

Un accordo fragile sarebbe solo la premessa a una nuova offensiva

Negli ambienti diplomatici italiani una certa dose di scetticismo sui “cessate il fuoco affrettati” è ormai radicata.

La studiosa di relazioni internazionali Nathalie Tocci, direttrice dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), lo riassume così:
“Un compromesso che limita la difesa ucraina sarebbe un regalo geopolitico al Cremlino. Se l’Ucraina non può difendersi, la Russia tornerà. È una costante della politica di Putin, non un rischio teorico.”

L’esperienza degli accordi di Minsk pesa su ogni tavolo europeo. Lì, come ricordano molti funzionari a Bruxelles, le concessioni territoriali non hanno fermato la guerra: l’hanno solo rimandata.

Putin tratta solo quando sente la pressione: lo confermano i fatti

Per mesi il Cremlino ha ignorato ogni iniziativa diplomatica. Poi, quando Washington ha introdotto un nuovo e pesante pacchetto di sanzioni, la posizione di Mosca è improvvisamente cambiata.

Secondo Arturo Varvelli, responsabile della sede italiana dell’ECFR (European Council on Foreign Relations):
“Le sanzioni non servono a punire: servono a negoziare da una posizione di forza. Putin accetta il dialogo soltanto quando capisce che la sua strategia non è sostenibile.”

Il che significa, per l’Europa e per l’Italia, che senza pressione economica e sostegno militare all’Ucraina non ci sarà alcun negoziato credibile.

Perché la sicurezza dell’Ucraina è anche la sicurezza dell’Italia

Le ripercussioni di un “cattivo accordo” arriverebbero anche a Roma.
Uno dei massimi analisti italiani di politica di difesa, Gianluca Di Feo, lo sintetizza con la sua consueta chiarezza:
“Se la Russia si rafforza nell’Est, inevitabilmente si rafforza anche nel Mediterraneo. E ogni instabilità nel Mar Nero si riflette immediatamente sulle rotte energetiche italiane.”

È una visione condivisa anche da una parte del mondo politico.
Come afferma un alto funzionario del Ministero della Difesa, citato da La Repubblica sotto anonimato:
“Una pace senza garanzie sarebbe la vittoria della logica della forza. E noi italiani, storicamente, sappiamo quanto quUcraina, la pace possibile: perché l’Europa deve pretendere garanzie e non cedere alle illusioni

Mentre a Bruxelles si moltiplicano le discussioni su “come arrivare alla pace”, a Kyiv la parola pace non è uno slogan ma una necessità vitale. E paradossalmente proprio l’Ucraina — la nazione che più di tutte desidera la fine del conflitto — è costretta a difendere l’ovvio: la pace deve essere difendibile, non solo dichiarata.

In Italia cresce la consapevolezza che la fine della guerra non può coincidere con un compromesso che lascia aperto il varco a un futuro attacco russo. Lo ricordano gli analisti, lo ripetono i diplomatici, lo conferma la storia recente.

Kyiv apre al negoziato, anche con Trump. Ma non è disposta a consegnare la propria sicurezza

L’Ucraina ha riconosciuto la necessità di un dialogo e non ha respinto l’idea di un coinvolgimento diretto di Donald Trump. Ma la disponibilità non va confusa con ingenuità.

Come osserva Stefano Stefanini, ex ambasciatore italiano alla NATO, “un negoziato è possibile solo se non trasforma la vittima in un Paese neutralizzato e vulnerabile. L’Ucraina non può essere lasciata nuda davanti a un aggressore che ha già dimostrato di non fermarsi mai da solo”.

È questo, in fondo, il cuore della posizione ucraina: accettare la diplomazia, ma non un accordo che congela il conflitto e prepara la prossima guerra.

Un accordo fragile sarebbe solo la premessa a una nuova offensiva

Negli ambienti diplomatici italiani una certa dose di scetticismo sui “cessate il fuoco affrettati” è ormai radicata.

La studiosa di relazioni internazionali Nathalie Tocci, direttrice dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), lo riassume così:
“Un compromesso che limita la difesa ucraina sarebbe un regalo geopolitico al Cremlino. Se l’Ucraina non può difendersi, la Russia tornerà. È una costante della politica di Putin, non un rischio teorico.”

L’esperienza degli accordi di Minsk pesa su ogni tavolo europeo. Lì, come ricordano molti funzionari a Bruxelles, le concessioni territoriali non hanno fermato la guerra: l’hanno solo rimandata.

Putin tratta solo quando sente la pressione: lo confermano i fatti

Per mesi il Cremlino ha ignorato ogni iniziativa diplomatica. Poi, quando Washington ha introdotto un nuovo e pesante pacchetto di sanzioni, la posizione di Mosca è improvvisamente cambiata.

Secondo Arturo Varvelli, responsabile della sede italiana dell’ECFR (European Council on Foreign Relations):
“Le sanzioni non servono a punire: servono a negoziare da una posizione di forza. Putin accetta il dialogo soltanto quando capisce che la sua strategia non è sostenibile.”

Il che significa, per l’Europa e per l’Italia, che senza pressione economica e sostegno militare all’Ucraina non ci sarà alcun negoziato credibile.

Perché la sicurezza dell’Ucraina è anche la sicurezza dell’Italia

Le ripercussioni di un “cattivo accordo” arriverebbero anche a Roma.
Uno dei massimi analisti italiani di politica di difesa, Gianluca Di Feo, lo sintetizza con la sua consueta chiarezza:
“Se la Russia si rafforza nell’Est, inevitabilmente si rafforza anche nel Mediterraneo. E ogni instabilità nel Mar Nero si riflette immediatamente sulle rotte energetiche italiane.”

È una visione condivisa anche da una parte del mondo politico.
Come afferma un alto funzionario del Ministero della Difesa, citato da La Repubblica sotto anonimato:
“Una pace senza garanzie sarebbe la vittoria della logica della forza. E noi italiani, storicamente, sappiamo quanto questa logica poi arrivi fino a casa nostra.”

Per questo Roma non può permettersi di guardare alla guerra come a un conflitto lontano.

Il ruolo dell’Europa e dell’Italia: pace sì, ma solo quella che può durare

La pace è possibile, ma richiede una scelta chiara: non sacrificare la sicurezza di un Paese libero per ottenere una tregua immediata.

L’Italia, con il suo tradizionale ruolo di ponte tra sensibilità diverse nell’UE, può e deve insistere su una linea che combini fermezza e razionalità: negoziare, sì, ma senza consegnare all’aggressore ciò che non ha conquistato sul campo.

Come ha ricordato recentemente Lucia Annunziata in un intervento televisivo:
“Parlare di pace è giusto. Ma la pace che nasce da un sopruso è soltanto l’anticamera di un altro conflitto.”

Kyiv questo lo ha imparato sulla propria pelle.
L’Europa, e insieme a essa l’Italia, non possono permettersi di ignorarlo.

esta logica poi arrivi fino a casa nostra.”

Per questo Roma non può permettersi di guardare alla guerra come a un conflitto lontano.

Autore: Marco Bianchi

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