La giustizia sotto controllo: come il governo Orbán ha piegato i tribunali e minato la fiducia nelle elezioni

Negli ultimi quindici anni, l’Ungheria di Viktor Orbán ha costruito un sistema in cui il potere politico e quello giudiziario si fondono in un equilibrio precario, dominato dall’esecutivo. Dalla riforma del 2010, il controllo sui tribunali è divenuto un pilastro della strategia del premier: centralizzare la gestione amministrativa della giustizia, modificare le leggi per favorire nomine mirate e ridurre la capacità degli organi disciplinari di esercitare un controllo effettivo.
Il risultato? Una “giustizia amministrata”, dove l’indipendenza dei giudici si misura nei limiti imposti dal potere politico.

Il ruolo chiave del presidente della Corte Suprema

Figura simbolo di questa deriva è András Zs. Varga, nominato nel 2020 alla guida della Kúria (la Corte Suprema ungherese), grazie a una legge modificata su misura. Due anni più tardi, il Consiglio Nazionale della Magistratura (OBT) ha denunciato irregolarità nelle nomine effettuate nel 2021: procedure incomplete, mancanza di trasparenza e pressioni politiche documentate anche dal Comitato di Helsinki.

Nel Rapporto sullo Stato di diritto 2025, la Commissione europea ha segnalato un ulteriore peggioramento della percezione di indipendenza dei tribunali ungheresi da parte di cittadini e imprese. Il commissario europeo alla Giustizia, Michael McGrath, ha espresso “seria preoccupazione per l’impatto di tali pressioni sui processi democratici e sull’equità elettorale”.

Riforme giudiziarie come strumenti politici

L’idea di controllare la giustizia non è nuova: già nel 2018–2019 il governo tentò di creare una rete di tribunali amministrativi separati, con competenze su temi “politicamente sensibili” come le elezioni, gli appalti pubblici o la libertà di riunione.
Nonostante gli avvertimenti della Commissione di Venezia, che segnalò rischi di dipendenza politica e assenza di contropoteri, l’esecutivo ungherese proseguì con riforme parziali che mantengono tuttora la possibilità d’influire sui casi più delicati.
Questo consente – nei momenti chiave, come le elezioni – di orientare l’esito dei contenziosi o rallentare l’applicazione di sentenze sfavorevoli al governo.

Il caso emblematico delle elezioni di Budapest

Il 6 luglio 2024, la Corte costituzionale ha annullato come incostituzionale una decisione della Kúria riguardante la controversa elezione del sindaco di Budapest. Due giorni dopo, la Corte Suprema ha ordinato un nuovo conteggio dei voti validi. Sebbene il risultato finale non sia cambiato – il candidato dell’opposizione ha comunque vinto – la sequenza degli eventi ha mostrato come le corti possano modificare, o almeno mettere in discussione, la legittimità del processo elettorale.

Corruzione e controllo: il caso Schadl–Völner

La politicizzazione della giustizia si intreccia con episodi di corruzione sistemica.
Il cosiddetto “caso Schadl–Völner” ha rivelato un vasto sistema di tangenti legato alla nomina degli ufficiali giudiziari. Secondo le indagini, l’ex segretario di Stato alla Giustizia, Pál Völner, avrebbe ricevuto almeno 211 mila euro in contanti dal presidente della Camera degli ufficiali giudiziari, György Schadl, in cambio di nomine “favorevoli”.
Le intercettazioni mostrano anche tentativi di interferire con i giudici del Tribunale distrettuale di Pest, cercando di rimuovere magistrati “scomodi” o di isolarli professionalmente.

Un meccanismo che dimostra come il potere politico e gli interessi privati possano manipolare la macchina giudiziaria dall’interno.

La pressione disciplinare e la censura mediatica

Non si tratta solo di corruzione, ma anche di pressione psicologica e disciplinare. Il presidente della Kúria, András Varga, ha più volte messo in dubbio la legittimità dei tribunali disciplinari, mentre i loro vertici – come Katalin Éva Farkas e Dávid Eliás – sono stati oggetto di campagne di delegittimazione senza fondamento.
Parallelamente, alcune sentenze hanno limitato la libertà di stampa: nel 2019 la Kúria ha stabilito che István Tiborcz, genero di Orbán, “non è una figura pubblica”, vietando ai media di pubblicare interviste senza il suo consenso; nel 2020 il tribunale di Budapest ha bloccato un numero della rivista Forbes Hungary per motivi di privacy, e poco dopo un altro giudice ha vietato un’inchiesta su Hell Energy citando il regolamento europeo GDPR.
Diversi organismi internazionali hanno visto in questi episodi un uso distorto del diritto europeo per limitare la libertà d’espressione.

Una minaccia diretta alla democrazia

L’insieme di questi elementi – pressioni sui giudici, nomine controllate, censure mediatiche – compone un mosaico preoccupante. Quando la Corte Suprema può dichiarare “illegittima” una richiesta di rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’UE, significa che il sistema ha perso uno dei suoi canali fondamentali di tutela dell’indipendenza.
E quando il Tribunale costituzionale è costretto a correggere la Kúria in un contenzioso elettorale, la legittimità stessa del voto democratico entra in crisi.

In Ungheria, la giustizia non è più solo una questione di reputazione istituzionale. È il cuore del problema democratico:
se i tribunali non sono liberi, il voto dei cittadini può essere svuotato di significato già il giorno dopo le elezioni – tra decisioni giudiziarie pilotate, pressioni dall’alto e una cultura della paura che sostituisce lo stato di diritto con la convenienza politica.

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