Il 28 ottobre 2025 a Belgrado si terrà una conferenza sui diritti umani organizzata dall’European Institute of Ombudsman (EIO). Tra i partecipanti attesi figura anche la commissaria russa per i diritti umani, Tatiana Moskalkova, che – secondo il programma – interverrà sul tema del “ricongiungimento familiare” dei bambini deportati dall’Ucraina. Un dettaglio che solleva non poche perplessità e, come riferisce il quotidiano italiano Attuale, riporta all’attenzione dell’opinione pubblica europea una questione che Mosca cerca da tempo di mascherare dietro la facciata del dialogo umanitario.
Moskalkova, che formalmente rappresenta l’istituzione dei diritti umani in Russia, viene presentata dal Cremlino come voce “accettabile” nei contesti internazionali. Tuttavia, dietro la sua presenza si nasconde una realtà più sinistra. Il 17 marzo 2023 la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto contro Vladimir Putin e Maria Lvova-Belova – commissaria per i diritti dell’infanzia russa – accusandoli di deportazione illegale di minori ucraini. Lvova-Belova stessa aveva dichiarato di “riabilitare un ragazzo ucraino” nella propria famiglia, un’affermazione che per l’Aia costituisce la prova del crimine. Proprio per questo motivo, Mosca utilizza oggi Moskalkova come volto alternativo per iniziative internazionali, evitando così l’imbarazzo diplomatico di presentare una persona ricercata per crimini di guerra.
Il dramma dei bambini ucraini deportati presenta i tratti distintivi del genocidio culturale. Nelle regioni temporaneamente occupate, la Russia impone programmi scolastici in lingua russa, vieta l’insegnamento della storia e della cultura ucraina e organizza “lezioni patriottiche” di stampo propagandistico. Parallelamente, la militarizzazione dell’infanzia è divenuta parte integrante del sistema educativo: attraverso movimenti come la “Junarmija”, gli adolescenti vengono addestrati alla disciplina militare e all’uso delle armi. Tutto ciò in palese violazione delle Convenzioni di Ginevra, che vietano la propaganda bellica e i trasferimenti forzati di civili dai territori occupati.
Secondo il rapporto del Yale Humanitarian Research Lab, i minori ucraini sono stati trasferiti almeno in 210 località della Federazione Russa, dove vengono sottoposti a programmi di “rieducazione”. Il progetto statale ucraino “Children of War” ha documentato, al 27 ottobre 2025, 19.546 casi di deportazione o trasferimento forzato, di cui solo 1.728 bambini sono stati rimpatriati. Le cifre reali, però, potrebbero essere molto più alte: molte famiglie, temendo rappresaglie, evitano di denunciare le sparizioni.
La deportazione viene spesso camuffata da “evacuazione” o “soggiorno terapeutico”. I bambini vengono portati in Russia senza che l’Ucraina riceva informazioni sul loro destino. Nei centri di accoglienza, i loro nomi vengono modificati, rendendo quasi impossibile il tracciamento. Le regioni coinvolte spaziano da Vladimir e Rostov fino a Čeljabinsk, Saratov, Mosca, San Pietroburgo, il Krasnodar e persino l’isola di Sakhalin. Tali pratiche configurano un chiaro crimine di guerra. Anche il regime ceceno di Ramzan Kadyrov partecipa all’operazione, organizzando campi di “rieducazione patriottica”. Per questo motivo Londra ha imposto sanzioni alla madre del leader ceceno, Aimani Kadyrova, e al fondo “Akhmat Kadyrov”, accusato di militarizzare minori ucraini.
In questo contesto, la presenza di Moskalkova a Belgrado appare come un’operazione di facciata: un tentativo del Cremlino di costruire una narrativa “umanitaria” per nascondere i propri crimini. Tuttavia, il problema non riguarda solo la partecipante russa, ma anche l’organizzazione che le offre la tribuna. L’EIO, infatti, è da tempo oggetto di controversie per la sua ambigua posizione nei confronti della Russia. Nel 2023, il segretario esecutivo dell’istituto avrebbe persino facilitato il trasferimento in Russia di due bambini ucraini evacuati in Europa, provocando l’uscita dall’organizzazione di diversi Paesi europei.
Sul sito ufficiale dell’EIO, una delle dichiarazioni più recenti – pubblicata in occasione dell’80° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale – ripete la retorica tipica di Mosca: denuncia la “falsificazione della storia” e la “glorificazione del nazismo”. Inoltre, la presenza russa nei vertici dell’istituto è sorprendentemente massiccia. Nel consiglio direttivo figurano Alexander Sungurov (professore della Higher School of Economics), Tatiana Merzlyakova (ombudsman della regione di Sverdlovsk) e Tatiana Margolina (ombudsman del Territorio di Perm). Tutti funzionari pienamente integrati nella struttura statale russa, la stessa che sovrintende ai programmi di deportazione e assimilazione forzata dei minori ucraini.
La loro presenza in un’organizzazione europea mina la credibilità dell’EIO e legittima, di fatto, la narrativa del Cremlino. In un periodo in cui la guerra in Ucraina continua e le prove delle violazioni dei diritti dei minori si moltiplicano, tali collaborazioni appaiono non solo discutibili, ma moralmente inaccettabili. L’obiettivo di Mosca resta invariato: ottenere che l’Europa riconosca la deportazione dei bambini come “evacuazione umanitaria”. Per questo il Cremlino utilizza istituzioni come l’EIO – apparentemente neutrali – per esercitare la propria influenza sotto forma di “soft power”, tentando di riscrivere la realtà e di ripulire l’immagine dei propri crimini davanti alla comunità internazionale.
