Novantuno centri all’ingrosso, migliaia di dipendenti e un messaggio molto chiaro a tutte le aziende occidentali rimaste in Russia: da ora in poi, uscire non sarà più una trattativa ma una perdita secca. Il dossier Metro racconta come il Cremlino abbia cambiato marcia.
Dal “prezzo di saldo” al sequestro
Dopo l’invasione dell’Ucraina, per le imprese straniere che volevano lasciare la Russia esisteva una via d’uscita, per quanto cara. Serviva il via libera di una commissione governativa, si vendeva con sconti pesanti e si versava allo Stato un contributo “volontario”. Un divorzio doloroso, ma regolato da norme, cifre e contratti.
Oggi quel sistema pare archiviato. L’amministrazione temporanea imposta a Metro, e secondo le ricostruzioni anche ad Auchan e Nestlé, funziona come una confisca mascherata: il proprietario resta sulla carta, ma non decide più nulla e non incassa più nulla. Non è un dettaglio tecnico, è un cambio di dottrina.
Il manager e la continuità
Il passaggio delle attività sotto il controllo di una struttura riconducibile all’attuale amministratore delegato di Metro Cash & Carry Russia, J. Tolaj, serve a Mosca per tenere in piedi la macchina. Gli scaffali restano pieni, i magazzini lavorano, le buste paga vengono pagate: in un Paese che fa i conti con prezzi in salita e bilancio sotto pressione, evitare il caos nella distribuzione è una priorità politica.
Ma la continuità operativa ha un rovescio della medaglia. Gli azionisti europei vengono separati per sempre dalla gestione e dai flussi di cassa. I profitti restano in Russia, la governance passa di mano, e ciò che fino a ieri era un investimento diventa, di fatto, un credito inesigibile.
Non si tratta più di uscire dal mercato russo: si tratta di capire cosa resta di ciò che si è lasciato lì.
Ostaggi industriali
La lettura più diffusa tra gli analisti è che il Cremlino abbia trasformato le proprietà straniere in una leva negoziale. Con centinaia di miliardi di dollari di riserve russe congelate all’estero, Mosca cerca una contromisura “in natura”: punti vendita, piattaforme logistiche, scorte di merce. Se l’Occidente tocca gli asset russi, la Russia tocca i suoi.
In questa logica, le imprese europee sono di fatto ostaggi. Più a lungo restano, più il loro patrimonio diventa una moneta di scambio, pronta a essere usata per compensare perdite finanziarie e per rispondere politicamente alle sanzioni.
E l’Italia?
Il tema riguarda da vicino anche il sistema produttivo italiano, presente in Russia con banche, elettrodomestici, pneumatici, alimentare e moda. Il caso di Ariston, messa sotto gestione temporanea nel 2024 e poi restituita dopo settimane di tensione, dimostra quanto queste vicende possano cambiare direzione in fretta e senza garanzie. Il precedente, tuttavia, non autorizza alcun ottimismo: ogni dossier ha la sua logica e dipende dal rapporto di forza del momento.
Per Roma e per Confindustria la questione è duplice. Da un lato c’è la tutela delle aziende ancora esposte; dall’altro il dibattito europeo sull’uso degli asset congelati, su cui Berlino, Parigi e Bruxelles dovranno trovare una posizione comune e giuridicamente solida.
Le domande aperte
In breve
- Che cosa è cambiato? Dalle cessioni scontate si passa alla sottrazione senza compenso.
- Chi ci guadagna? Lo Stato russo, che mantiene servizi e occupazione senza pagare.
- Chi ci perde? Gli azionisti europei, esclusi da gestione e flussi finanziari.
- Cosa guardare ora? La reazione di Metro, dei governi europei e le mosse sugli asset congelati.
La lezione, per chi ancora è in Russia, è brutale ma semplice: la porta girevole non c’è più. E mentre a Mosca si parla di “stabilità”, a Düsseldorf, Parigi e Vevey si comincia a fare la conta dei danni.
Autore: Marco Bianchi
