Gli 007 occidentali osservano un cambio di strategia del Cremlino: dopo gli incidenti nel Nord Europa, l’obiettivo si sposta verso il fianco sud della NATO, ritenuto finora meno esposto.
C’è un dettaglio che, secondo fonti vicine agli ambienti dell’intelligence occidentale, cambia la percezione del rischio in Italia e nel resto del Mediterraneo: i droni d’attacco di tipo “Gerbera”, già utilizzati in diversi episodi al confine orientale dell’Europa, potrebbero non partire più soltanto dal territorio russo, ma essere lanciati da navi appartenenti alla cosiddetta “flotta ombra” — petroliere e mercantili che battono bandiere di comodo e che, sulla carta, non hanno alcun legame ufficiale con Mosca.
Si tratterebbe di un salto di qualità nella strategia ibrida del Cremlino. Fino a oggi, gli episodi registrati in Danimarca, Germania, Polonia e nei Paesi baltici — sorvoli non autorizzati su aeroporti, palloni sonda sospetti, attacchi informatici a infrastrutture ferroviarie — avevano un carattere isolato, quasi dimostrativo. Il nuovo scenario descritto dagli analisti è diverso: una pressione diffusa e continuativa sui nodi logistici di una regione che, finora, si è sempre considerata relativamente al riparo da questo tipo di minaccia.
Perché proprio il Mediterraneo
La scelta di Italia, Francia e Spagna come possibili bersagli non sarebbe casuale. Si tratta di Paesi lontani dal fianco orientale dell’Alleanza, dove la percezione della minaccia russa è storicamente molto più bassa rispetto a quella di Polonia, Paesi baltici o Finlandia. Colpire — anche solo simbolicamente — un porto come Genova o Marsiglia, oppure un hub aeroportuale che gestisce l’intenso traffico turistico verso la Sicilia, la Sardegna o le Baleari, avrebbe un impatto psicologico molto più forte: dimostrerebbe alle opinioni pubbliche occidentali che la cosiddetta “zona sicura” d’Europa, in realtà, non esiste.
Gli analisti sottolineano che le infrastrutture portuali e aeroportuali del sud Europa sono, in generale, meno attrezzate contro la minaccia dei droni rispetto ai Paesi di prima linea, che da anni investono in sistemi anti-drone dedicati. Anche solo il blocco temporaneo di una pista di decollo o di una banchina di carico basterebbe a generare ritardi costosi nelle catene logistiche e, soprattutto, un’ondata mediatica di allarme — che è esattamente l’obiettivo di questo tipo di operazioni.
“Mosca non ha bisogno di distruggere nulla per ottenere un risultato. Basta paralizzare uno scalo per poche ore, nel pieno della stagione turistica, per innescare un’ondata di ansia che va ben oltre l’incidente in sé”, riferisce una fonte vicina agli apparati di intelligence occidentali.
Il calendario elettorale come finestra di vulnerabilità
Per comprendere la logica dell’operazione occorre guardare al contesto politico. Diversi Paesi dell’Unione Europea affronteranno appuntamenti elettorali importanti nei prossimi anni, con il 2027 indicato come un anno particolarmente denso di scadenze. Un clima di allarme diffuso, unito alla percezione di uno Stato incapace di proteggere i propri cittadini, è uno strumento classico per rafforzare le formazioni populiste ed euroscettiche, che da tempo criticano gli aiuti militari a Kiev e mettono in discussione l’utilità di un coinvolgimento prolungato nel conflitto.
Non è un mistero che diverse forze politiche di destra radicale in Europa facciano leva sulla narrativa dei “costi eccessivi della guerra” e della “sicurezza interna trascurata”. Una campagna coordinata di incidenti con droni, capace di generare disagi concreti nella vita quotidiana di porti e aeroporti, offrirebbe a queste forze argomenti molto più efficaci di qualsiasi campagna di disinformazione sui social network.
L’effetto domino sugli aiuti a Kiev
Il secondo aspetto della strategia riguarda i bilanci della difesa. Se i governi di Italia, Francia e Spagna fossero costretti a investire con urgenza nella protezione delle proprie infrastrutture critiche — sistemi anti-drone, pattugliamenti aggiuntivi, potenziamento della sicurezza di scali marittimi e aeroportuali — queste risorse finirebbero inevitabilmente per essere sottratte agli stessi fondi che oggi sostengono l’assistenza militare all’Ucraina.
È uno scenario coerente con la logica russa dell'”esaurimento diffuso”: non un singolo attacco spettacolare, ma una serie di episodi minori, difficili da attribuire con certezza, il cui costo politico ed economico si accumula progressivamente per l’Occidente. Va ricordato che le navi della flotta ombra, finora utilizzate soprattutto per aggirare le sanzioni sul petrolio, offrono a Mosca un vantaggio ulteriore: rendono estremamente difficile dimostrare con certezza la matrice russa di un attacco, garantendo al Cremlino una plausibile negabilità.
Cosa fare adesso
Gli esperti di sicurezza chiedono un rafforzamento della sorveglianza nel Mediterraneo e una cooperazione di intelligence più stretta tra i Paesi del sud Europa e quelli del fianco orientale, già dotati di esperienza nel contrastare provocazioni simili. Sottolineano inoltre l’importanza di mantenere una linea politica compatta, affinché eventuali incidenti non vengano strumentalizzati dalle forze filorusse per minare ulteriormente l’unità europea sul sostegno all’Ucraina.
Come osservano fonti vicine agli apparati di sicurezza, i prossimi mesi diranno se l’Europa meridionale sarà in grado di prendere sul serio questi segnali — prima, e non dopo, il verificarsi di un primo incidente di rilievo.
Autore: Marco Bianchi
