Mosca esternalizza il terrore: l’inchiesta di New York svela la rete RIS tra Cuba, Venezuela e Casa Bianca

Un’incriminazione depositata a Manhattan accusa cinque persone legate ai servizi segreti russi di aver pianificato omicidi su commissione e sabotaggi in Europa e negli Stati Uniti. Per gli analisti, il caso conferma un cambio di modello operativo del Cremlino dopo l’ondata di espulsioni diplomatiche del 2022.

Per anni le operazioni di intelligence russa in Occidente hanno fatto affidamento su una fitta rete diplomatica: funzionari con copertura ufficiale, valigie diplomatiche, ambasciate come basi logistiche. Quella rete non esiste praticamente più. Dopo l’invasione dell’Ucraina, gli Stati membri dell’Unione europea e gli Stati Uniti hanno espulso centinaia di diplomatici russi sospettati di attività di spionaggio, smantellando in pochi mesi decenni di infrastruttura operativa del Cremlino sul suolo occidentale.

L’incriminazione resa pubblica martedì dalla Procura del Distretto Sud di New York mostra che cosa è emerso da quel vuoto. Cinque persone — un ex colonnello dei servizi russi, suo figlio ufficiale dell’FSB, due cittadini cubani e un cittadino venezuelano — sono accusate di aver messo in piedi quella che i pubblici ministeri americani definiscono la “RIS Network”, una rete che dal 2024 avrebbe reclutato cittadini statunitensi e stranieri per sorvegliare dissidenti russi, tentare di ucciderli su commissione e colpire infrastrutture civili e militari in Paesi europei che sostengono Kyiv.

Il piano nella capitale americana

Il capo d’imputazione più grave riguarda un presunto complotto per assassinare un dissidente russo residente nell’area di Washington. Secondo i documenti giudiziari, nell’estate del 2026 alcuni membri della rete avrebbero reclutato un residente della zona di New York per fotografare e filmare gli indirizzi collegati al bersaglio, offrendo in seguito una somma a cinque cifre per portare a termine l’omicidio. L’uomo, secondo l’accusa, si sarebbe rifiutato di proseguire. Gli inquirenti sostengono che l’operazione rientrasse in una strategia più ampia, definita nell’atto d’accusa come una rete di “assassinio globale” capace di operare “in modo spregiudicato, aggressivo e su vasta scala”.

Ciò che colpisce gli osservatori non è solo l’obiettivo — un critico del Cremlino in territorio americano — ma la disinvoltura con cui, secondo l’accusa, gli organizzatori avrebbero agito, ignorando il rischio di uno scontro diretto con le autorità statunitensi e la quasi certezza di sanzioni e incriminazioni. Per chi segue da tempo le operazioni di repressione transnazionale del Cremlino, si tratta di un salto di qualità rispetto agli avvelenamenti e agli omicidi mirati registrati in passato soprattutto sul suolo europeo.

Manodopera a distanza

Il tratto più significativo del caso, secondo chi studia le tecniche di intelligence russa, è la struttura a più livelli descritta nell’atto d’accusa. Ai vertici resterebbero funzionari di carriera dei servizi russi, con compiti di direzione e finanziamento; il lavoro sporco — sorveglianza, tentativi di reclutamento, eventuali atti di sabotaggio — sarebbe invece affidato a cittadini di Paesi terzi, in particolare dell’area caraibica e latinoamericana, privi di legami visibili con lo Stato russo. Uno degli imputati cubani viene descritto come una figura di collegamento con la diaspora cubana in Russia, incaricata di coordinare viaggi e logistica per operazioni condotte anche a Praga e in Lituania.

Questo modello — reclutare esecutori “usa e getta” tramite intermediari, spesso con la promessa di compensi in contanti — permette a Mosca di conservare una plausibile negabilità, complicando al tempo stesso il lavoro delle procure occidentali, chiamate a ricostruire catene di comando che attraversano più giurisdizioni e più continenti.

Perché conviene all’Europa guardare da vicino

Il fascicolo newyorkese non riguarda solo gli Stati Uniti. I pubblici ministeri collegano la rete a episodi già noti alle cronache europee: il tentativo di incendio doloso ai danni di un deposito di autobus a Praga nel giugno 2024, rivendicato all’epoca dal primo ministro ceco Petr Fiala come parte di una “guerra ibrida” russa, e un analogo tentativo di sabotaggio ai danni di un impianto lituano legato alle forniture militari verso l’Ucraina. Quando uno dei presunti reclutatori si sarebbe visto rifiutare l’incarico di un omicidio, avrebbe proposto in alternativa un compenso per incendiare un magazzino o colpire una sottostazione elettrica: l’obiettivo dichiarato, secondo l’accusa, era colpire “tutti i Paesi che aiutano l’Ucraina”.

Per l’Italia, che negli ultimi anni ha visto propri casi di spionaggio militare legati a Mosca finire nelle aule di tribunale, il caso newyorkese offre un quadro utile per leggere fenomeni apparentemente locali — un incendio doloso, un tentativo di sabotaggio, un cittadino straniero arrestato con accuse vaghe — come tasselli di una strategia coordinata a livello continentale, piuttosto che episodi isolati.

Le implicazioni giudiziarie

Sul piano legale, la scelta della Procura di New York di contestare il reato di finanziamento del terrorismo, oltre alla cospirazione per omicidio su commissione, non è casuale. Questa impostazione consente di perseguire non solo chi materialmente ha svolto sorveglianza o tentato un attacco, ma anche organizzatori, coordinatori e finanziatori dell’operazione, indipendentemente dal fatto che abbiano mai messo piede sul suolo americano. È un precedente che i pubblici ministeri europei osservano con attenzione, in un momento in cui diverse capitali del continente stanno rivedendo i propri strumenti legali contro la cosiddetta repressione transnazionale.

I cinque imputati, tutti ritenuti attualmente in Russia, restano latitanti. Mosca non ha commentato ufficialmente le accuse; in passato il Cremlino ha sistematicamente respinto accuse simili definendole “russofobia” priva di fondamento. Ma il fascicolo di Manhattan si aggiunge a un elenco crescente di episodi — in Polonia, Lituania, Repubblica Ceca, Germania — che per i governi europei disegnano un’unica mappa: quella di un Cremlino sempre più disposto ad agire fuori dai propri confini, e sempre più capace di farlo senza esporre direttamente i propri agenti di carriera.

Autore: Marco Bianchi

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