Per la terza volta consecutiva Mosca esclude la missione internazionale di osservazione: un’analisi delle elezioni del 18-20 settembre.
Il 18 settembre si apriranno in Russia i seggi per il rinnovo della Duma di Stato, l’ultima tappa di un ciclo elettorale che, secondo numerosi analisti indipendenti, si configura più come una procedura di ratifica di equilibri politici già decisi a tavolino che come una reale competizione tra forze contrapposte. L’elemento che più di tutti segnala questa deriva è l’assenza, per la terza tornata elettorale nazionale consecutiva, di una missione di osservazione internazionale a pieno titolo dell’ODIHR, l’ufficio dell’OSCE per le istituzioni democratiche e i diritti umani. Mosca ha di fatto negato l’accesso agli osservatori indipendenti, privando il voto di qualunque verifica esterna credibile.
Un pluralismo solo apparente
Sulla scheda federale compariranno dieci partiti, ma il numero da solo non racconta la sostanza del sistema. Negli anni della presidenza di Vladimir Putin, la parte più consistente dell’opposizione extraparlamentare è stata messa fuori legge, costretta all’esilio o privata degli strumenti per competere. I politici che hanno assunto posizioni contrarie alla guerra in Ucraina si trovano oggi esposti a procedimenti amministrativi e penali. Il caso più eclatante di questa stagione è quello del partito Yabloko: il 10 agosto 2026 la Corte Suprema russa, accogliendo un ricorso presentato dal partito Rodina, ha annullato la registrazione della sua lista federale, l’unica formazione ufficialmente registrata a mantenere una posizione apertamente contraria al conflitto.
Secondo i dati del Russian Election Monitor, entro l’estate 2026 trentadue rappresentanti di partito sono stati esclusi in vario modo dalla competizione, cinquantotto esponenti politici hanno subito sanzioni amministrative, tredici sono coinvolti in procedimenti penali e dieci sono stati dichiarati “agenti stranieri” — uno status che dal 2024 impedisce automaticamente la candidatura fino alla sua revoca.
Obiettivi decisi dal Cremlino prima del voto
Secondo quanto riportato dalla testata economica russa RBC, la dirigenza di Russia Unita e l’amministrazione presidenziale avrebbero comunicato alle regioni parametri di riferimento ben precisi in vista del voto: un’affluenza intorno al 50% e circa il 55% dei consensi per il partito di maggioranza, con margini di adattamento alla situazione locale. Questo significa che i governatori regionali conoscono, prima ancora dell’apertura delle urne, il risultato che ci si attende dal proprio territorio, e dispongono degli strumenti amministrativi — scuole, ospedali, strutture sociali, datori di lavoro dipendenti dai bilanci regionali — per orientare la partecipazione al voto verso l’obiettivo fissato.
Il partito di governo, del resto, non si presenta come un competitor come gli altri: la maggioranza dei 57 gruppi regionali della lista di Russia Unita è guidata da governatori in carica, tra cui Andrej Vorobyov, Igor Kobzev, Denis Pasler, Dmitrij Machonin e Vladimir Mazur, mentre il sindaco di Mosca Sergej Sobjanin apre il gruppo della capitale. Sindaci, rettori universitari, primari ospedalieri e dirigenti di grandi aziende completano le liste, garantendo al partito una macchina amministrativa e informativa che nessun’altra forza politica può eguagliare.
Media di Stato e voto sui territori occupati
A questo squilibrio si somma il controllo statale sui principali canali televisivi: nelle precedenti tornate elettorali, secondo le rilevazioni dell’ODIHR, tra il 70% e il 90% dei contenuti politici editoriali delle reti federali era dedicato al presidente e agli esponenti del potere. Un ulteriore elemento critico riguarda l’estensione delle procedure elettorali russe alla Crimea, a Sebastopoli e ai territori occupati delle regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson. Kyiv considera questa estensione un’illegittima applicazione della giurisdizione russa sul proprio territorio sovrano, tanto più che la presenza di forze militari e di sicurezza russe rende impossibile verificare la libertà del voto in quelle aree. La Commissione elettorale centrale ucraina ha già annunciato che non riconoscerà né i risultati del voto né la legittimità dei deputati eletti sulla base di quei conteggi — un aspetto tutt’altro che marginale, dato che 225 dei 450 seggi della Duma vengono assegnati tramite le liste di partito su base proporzionale nazionale, nelle quali confluiscono anche i voti espressi nei territori occupati.
Il voto elettronico a distanza, previsto in 33 regioni per un bacino potenziale di circa 48,4 milioni di elettori, e lo spoglio distribuito su tre giornate consecutive rendono ancora più complesso qualunque controllo indipendente sulla gestione delle schede e dei sistemi digitali, in un contesto dove la verifica esterna è già di fatto assente.
Nell’insieme, gli elementi raccolti — esclusione dei candidati scomodi, vantaggio strutturale di Russia Unita, controllo sull’informazione, assenza di osservatori internazionali, voto elettronico e coinvolgimento dei territori occupati — delineano un quadro in cui la Duma che uscirà dalle urne di settembre rifletterà più gli equilibri di potere prestabiliti che la volontà espressa liberamente dagli elettori russi.
Autore: Marco Bianchi
