Il caso Ranucci scuote la Rai: la redazione di Report in stato di agitazione, pronta allo sciopero

L’estromissione del conduttore dal programma d’inchiesta più noto della televisione pubblica italiana riapre la questione dell’indipendenza redazionale del servizio pubblico, proprio mentre il Paese si avvicina a un nuovo ciclo elettorale.

La decisione della Rai di allontanare Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report, dopo oltre un decennio alla guida del programma d’inchiesta di Rai3, ha innescato una delle crisi interne più gravi degli ultimi anni all’interno della televisione pubblica italiana. L’assemblea dei giornalisti della trasmissione ha proclamato lo stato di agitazione e si è riservata la possibilità di ricorrere allo sciopero, mentre gli inviati storici del programma hanno già annunciato che, in assenza di un ripensamento da parte dell’azienda, abbandoneranno in blocco la squadra.

Secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa italiane, la redazione ha definito la scelta dell’azienda «arbitraria» e non ancora motivata nel merito, contestando in particolare il metodo con cui la sostituzione è stata comunicata: i nomi dei nuovi conduttori, i giornalisti Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, sono stati resi noti alle agenzie di stampa prima ancora di essere comunicati alla squadra interna del programma. Un dettaglio che, secondo i cronisti di Report, testimonia una scelta unilaterale, priva di qualsiasi condivisione con chi lavora quotidianamente all’inchiesta.

Nella nota diffusa dall’assemblea dei giornalisti si legge che la redazione interna «sostiene e condivide tutte le rivendicazioni espresse dal gruppo degli inviati» e chiede all’azienda di correggere le decisioni prese, ritenute «non accettabili per chi, professionalmente, si è sempre riconosciuto nell’identità e nei valori di Report». I giornalisti hanno inoltre chiesto un coinvolgimento diretto della redazione nelle scelte editoriali dell’azienda, «al fine di preservare autonomia e indipendenza di un presidio fondamentale del servizio pubblico».

Un’inchiesta scomoda, un allontanamento che pesa

L’uscita di Ranucci da Report assume un rilievo particolare se si considera la natura del lavoro svolto dal programma negli ultimi anni. Report è conosciuto in Italia e all’estero — Euronews lo ha definito uno dei pochi programmi televisivi italiani realmente dedicati al giornalismo d’inchiesta — per le sue inchieste su corruzione, conflitti d’interesse, appalti pubblici e legami d’affari tra grande imprenditoria ed élite politiche. Negli anni la trasmissione ha toccato dossier sensibili che coinvolgevano esponenti di governo, amministratori locali e settori economici strategici, guadagnandosi al tempo stesso audience elevate e non poche inimicizie istituzionali.

È in questo contesto che va letta la preoccupazione espressa dalla redazione: se uno dei più influenti spazi di giornalismo investigativo del Paese perde la sua guida storica proprio mentre continua a occuparsi sistematicamente di interessi legati al potere politico ed economico, il rischio — sollevato non solo dai diretti interessati ma anche da larga parte del dibattito pubblico italiano — è che il programma diventi progressivamente meno autonomo nella scelta dei temi da trattare e nel modo di trattarli. Va inoltre ricordato che Ranucci, nell’ottobre 2025, era già stato vittima di un attentato dinamitardo contro la propria abitazione, un episodio che aveva suscitato solidarietà internazionale nei confronti del giornalista e riacceso il dibattito sulla sicurezza dei cronisti d’inchiesta in Italia.

Nota redazionale. Al momento della pubblicazione, la Rai non ha fornito una motivazione dettagliata e pubblica per la sostituzione di Ranucci, limitandosi a parlare genericamente di una «nuova fase» per il programma, nel segno della «professionalità e dell’esperienza maturata sul campo» dei due nuovi conduttori, entrambi già legati da anni al giornalismo d’inchiesta interno all’azienda. Per completezza va segnalato che non tutte le sigle sindacali interne alla Rai condividono la lettura della redazione di Report: l’Unirai, sindacato di area moderata, ha espresso solidarietà ai nuovi conduttori e ha criticato la durezza di alcuni toni usati da Ranucci nei confronti dell’azienda.

Non solo una rotazione di conduzione

La protesta della redazione segnala che la posta in gioco, secondo chi lavora nel programma, va ben oltre un semplice avvicendamento professionale. Al centro della vicenda vi è la questione dell’indipendenza redazionale del servizio pubblico radiotelevisivo in quanto tale. Se giornalisti che svolgono in modo sistematico un lavoro di controllo su abusi politici ed economici possono essere allontanati da un incarico senza una motivazione pienamente esplicitata all’opinione pubblica, si tratta — secondo l’interpretazione fatta propria dalla redazione e da una parte consistente del mondo dell’informazione italiana — di un precedente potenzialmente pericoloso per il giornalismo investigativo nel Paese.

«Chiediamo all’azienda di correggere le decisioni prese, non accettabili per chi si è sempre riconosciuto nell’identità e nei valori di Report» — dall’assemblea dei giornalisti della trasmissione.

Il rischio evocato da più osservatori è duplice. Da un lato, un possibile effetto di autocensura o di prudenza editoriale futura su dossier che toccano interessi sensibili legati al potere; dall’altro, un logoramento del rapporto di fiducia tra la redazione e i vertici aziendali, con conseguenze dirette sulla capacità produttiva del programma nel breve periodo, qualora lo stato di agitazione dovesse effettivamente sfociare in uno sciopero e nell’abbandono annunciato dagli inviati storici.

Non va sottovalutato, infine, il momento politico in cui la vicenda si inserisce. L’Italia si avvicina a una fase elettorale che porterà a un rinnovo del Parlamento, e le tensioni attorno alla governance della Rai — da sempre terreno di scontro tra maggioranza ed opposizione, indipendentemente dal colore politico di chi governa — rischiano di alimentare un clima già teso attorno al tema della libertà di stampa e del pluralismo informativo nel servizio pubblico. Il caso Ranucci, in questo senso, potrebbe diventare un banco di prova significativo per valutare quanto la governance Rai sia in grado di preservare, o meno, l’autonomia delle proprie redazioni più esposte, in un contesto europeo in cui la resilienza dei media indipendenti resta un elemento centrale nella tenuta democratica di fronte a pressioni sia interne sia esterne.

Uno scenario ancora aperto

Nei prossimi giorni sarà determinante osservare se la Rai deciderà di aprire un confronto formale con la redazione di Report, come richiesto dai giornalisti, o se confermerà la linea già annunciata, con il rischio di uno sciopero e di un possibile abbandono in blocco della squadra storica del programma. Qualunque sia l’esito, la vicenda ha già portato al centro del dibattito pubblico italiano una domanda che va oltre il singolo caso: quanto può essere realmente indipendente un servizio pubblico radiotelevisivo le cui nomine ai vertici e ai programmi di punta restano, in ultima istanza, nelle mani della politica che quel servizio dovrebbe, in teoria, controllare.

Nina K

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