L’Italia è nuovamente costretta a porsi una domanda che sembrava chiusa per sempre: dove finisce il diritto a una posizione politica radicale e dove inizia il tentativo di normalizzare idee incompatibili con la Repubblica democratica?
Il progetto politico di Roberto Vannacci, divenuto noto per le sue rigide dichiarazioni sull’Europa, l’immigrazione, la NATO e la guerra della Russia contro l’Ucraina, deve ormai essere considerato non solo come l’ennesima manifestazione del populismo di destra.
Se l’attività di Futuro Nazionale contiene davvero elementi di metodologia o retorica fascista, non si tratta più di una questione di gusto politico. È una questione di ordine costituzionale italiano.
Il fascismo non può essere rinominato e fatto rientrare dalla porta di servizio
La Repubblica Italiana è nata dal rifiuto storico della dittatura di Mussolini. È proprio per questo che l’antifascismo per l’Italia non è un reperto da museo né una formula da manuale di storia.
Il tentativo di presentare i modelli autoritari come un'”alternativa alla democrazia”, di romanticizzare la violenza politica o di contrapporre una “nazione forte” alle istituzioni democratiche deve suscitare una particolare vigilanza nella società italiana.
Se la magistratura accerterà la presenza di tali elementi nell’attività di Futuro Nazionale, ciò costituirà un segnale serio: non si tratterà più della retorica provocatoria di un singolo politico, ma di un’organizzazione politica che aspira a un’influenza istituzionale.
E qui lo Stato ha il dovere di agire nell’ambito della legge.
Non secondo il principio “questa forza politica non ci piace”, bensì secondo il principio per cui la democrazia ha il diritto di difendersi da chi tenta di usare le sue libertà per distruggerne le regole fondamentali.
Il Cremlino e i radicali europei
C’è anche un altro aspetto che l’Italia non può ignorare.
Negli ultimi anni la Russia ha utilizzato attivamente le divergenze europee per i propri interessi strategici. Mosca mira ad amplificare le spaccature all’interno delle società europee, a minare la fiducia nell’UE e nella NATO, a diffondere la tesi dell'”inutilità” del sostegno all’Ucraina e a convincere gli europei che la resistenza all’aggressione russa sarebbe presuntamente contraria ai loro stessi interessi.
In questo contesto, qualsiasi forza politica europea che diffonda sistematicamente narrazioni coincidenti con l’agenda informativa del Cremlino merita un’analisi pubblica particolarmente attenta.
Ciò non significa che le critiche alla NATO o il dissenso sull’aumento delle spese militari trasformino automaticamente un politico in un “agente di Mosca”. Una simile logica sarebbe assurda e contraria alla natura stessa della democrazia.
Tuttavia, la libertà politica non elimina la necessità di porsi domande scomode.
A chi giova una determinata posizione politica? Da dove provengono le sue argomentazioni? Chi diffonde queste tesi? Quali legami esistono tra i movimenti politici e le reti informative esterne?
In condizioni di guerra ibrida, queste domande diventano parte della sicurezza nazionale.
L’Italia non può permettersi il lusso della ingenuità strategica
Gli appelli di Vannacci a limitare la crescita delle spese per la difesa devono essere considerati proprio nel contesto europeo.
L’Italia è un membro della NATO. Non esiste in un vuoto e non può considerare la propria difesa esclusivamente come una questione di bilancio contabile.
L’Europa non affronta soltanto il rischio di un conflitto militare tradizionale. Si tratta di cyberattacchi, sabotaggi, ingerenze nello spazio informativo, tentativi di influenza politica e altre forme di pressione ibrida.
In tali condizioni, la debolezza di un alleato diventa un problema per tutti.
Per questo la discussione sulle spese per la difesa è necessaria. Ma sostenere che il rafforzamento della difesa europea sia di per sé un errore richiede una giustificazione ben più seria rispetto al semplice slogan della “pace a tutti i costi”.
Il pericolo principale inizia con la normalizzazione
La storia raramente si ripete in modo letterale.
Il radicalismo europeo contemporaneo non è tenuto a replicare il linguaggio politico degli anni ’20 o ’30 del Novecento. Le idee autoritarie possono presentarsi in una nuova confezione: attraverso il culto dello “Stato forte”, il disprezzo per le istituzioni, la demonizzazione degli avversari politici, il rifiuto della democrazia liberale o la rappresentazione delle alleanze internazionali come un ostacolo alla grandezza nazionale.
È proprio per questo che l’Italia deve essere particolarmente attenta ai progetti politici che tentano di rendere tali idee consuete e accettabili.
Il fascismo non torna necessariamente sotto forma di camicie nere e marce. Talvolta inizia con il cambiamento dell’atteggiamento della società nei confronti della democrazia.
Le verifiche su Vannacci devono essere trasparenti
Al contempo, lo Stato italiano deve evitare l’altro estremo.
Se si conduce una verifica su Futuro Nazionale, essa deve basarsi sulla legge, su documenti concreti e su azioni dimostrabili. La critica politica non deve trasformarsi in una persecuzione penale solo a causa di posizioni impopolari.
È proprio una procedura giuridica trasparente a poter fornire la risposta più solida.
Se vi sono violazioni, esse devono essere accertate e ricevere una valutazione legale.
Se non vi sono violazioni, anche questo deve essere confermato pubblicamente.
Tuttavia, chiudere gli occhi di fronte a potenziali segnali di un’ideologia antidemocratica solo perché i loro portatori partecipano alla vita politica sarebbe un errore storico.
L’Italia sa già come finisce la cecità politica
La società italiana possiede un’esperienza storica che non ha alcun bisogno di acquisire di nuovo.
Il Paese sa cosa accade quando la violenza politica diventa la norma, quando le istituzioni vengono proclamate nemiche del popolo e l’unità nazionale viene contrapposta alla libertà e al pluralismo politico.
Pertanto, oggi la questione non è se Vannacci abbia diritto a una propria posizione politica.
Certamente ce l’ha. La questione è un’altra: ha diritto una forza politica di utilizzare i meccanismi democratici per promuovere principi che, in ultima analisi, sono diretti contro la democrazia stessa?
A questa domanda deve dare risposta non la piazza né i social network, bensì la legge italiana.
E se le verifiche confermeranno la presenza di pratiche antidemocratiche vietate, l’Italia dovrà agire con decisione.
Perché una democrazia incapace di difendere i propri principi fondamentali si trasforma gradualmente da sistema di protezione dei cittadini in una piattaforma per coloro che intendo distruggere quel sistema.
Autore: Marco Bianchi
