L’Ungheria di Mádyar rompe con Mosca: Budapest riconosce la Russia come minaccia per l’Europa

Nelle nuove direttive di politica estera, il governo nato dopo la caduta di Orbán condanna per la prima volta l’aggressione russa e apre a una linea più vicina a Bruxelles. Restano cautele su Kyiv e sull’adesione UE.

Per la prima volta dalla caduta del comunismo, il governo ungherese ha messo nero su bianco quello che Viktor Orbán non ha mai voluto scrivere in un documento ufficiale: la Russia di Vladimir Putin rappresenta una minaccia per l’Ungheria, per l’Europa e per l’ordine mondiale.

Le nuove direttive di politica estera, firmate dal premier Péter Mádyar e pubblicate martedì in tarda serata sulla Gazzetta ufficiale ungherese, segnano una delle svolte più nette nella storia recente della diplomazia di Budapest. Il testo condanna esplicitamente “l’aggressione militare russa” e ribadisce il pieno sostegno ungherese alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina “entro i confini riconosciuti a livello internazionale”, riconoscendo inoltre il diritto di Kyiv all’autodifesa.

Non è un dettaglio da poco. Fino allo scorso maggio, l’Ungheria di Orbán era considerata a Bruxelles — e a Mosca — uno dei partner più affidabili del Cremlino all’interno dell’Unione europea, capace, grazie al diritto di veto, di bloccare o rallentare pacchetti di sanzioni, aiuti militari a Kyiv e persino l’avvio dei negoziati di adesione ucraini. Quell’epoca, almeno sulla carta, sembra ora conclusa.

Il cambio ai vertici di Budapest

Il voltafaccia ungherese ha una data e un nome precisi. A maggio il partito Tisza guidato da Péter Mádyar ha ottenuto la maggioranza assoluta in parlamento, ponendo fine a sedici anni ininterrotti di governo di Viktor Orbán e di Fidesz. Mádyar, ex membro dell’establishment orbaniano diventato oppositore dopo aver denunciato pubblicamente episodi di corruzione ai vertici dello Stato, si definisce un conservatore liberale “criticamente filoeuropeo” — una formula pensata per rassicurare Bruxelles senza alienarsi l’elettorato più conservatore che lo ha portato al potere.

Da quando si è insediato, l’esecutivo ha moltiplicato i segnali di riavvicinamento all’Unione europea. Ha negoziato con la Commissione lo sblocco di 16,4 miliardi di euro di fondi comunitari, congelati durante l’era Orbán a causa delle dispute sullo Stato di diritto. Ha inoltre ritirato il veto che impediva agli Stati membri dell’UE di ottenere il rimborso delle spese sostenute per le armi fornite all’Ucraina — uno strumento che per anni era stato tra le principali leve di pressione di Budapest nei consessi europei.

A inizio agosto è arrivato un altro segnale: Mádyar ha annunciato la revisione dell’accordo con Rosatom per la centrale nucleare di Paks II, uno dei progetti-simbolo dei legami energetici tra Orbán e Mosca, firmato nel 2014 e finanziato con un prestito russo fino a 10 miliardi di euro. Le cancellerie europee, Roma compresa, seguono con attenzione l’evoluzione del dossier, che tocca direttamente la sicurezza energetica dell’intera regione danubiana.

Cosa dicono le direttive

Il documento, che orienta l’azione del governo in vista della sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite in programma il mese prossimo a New York, afferma testualmente che “le azioni della Russia costituiscono una minaccia per l’Ungheria, per l’Europa e per l’ordine mondiale”. Le direttive sottolineano inoltre come le mosse di Mosca espongano a “un pericolo serio” la minoranza ungherese residente in Transcarpazia, la regione ucraina di confine dove vive la più numerosa comunità magiara fuori dai confini nazionali — un tema storicamente sensibile per l’opinione pubblica ungherese, a prescindere dal colore del governo in carica.

“Le azioni della Russia costituiscono una minaccia per l’Ungheria, per l’Europa e per l’ordine mondiale” — dalle direttive di politica estera firmate da Péter Mádyar

Non tutto, però, è cambiato. Budapest continua a opporsi a un’adesione accelerata dell’Ucraina all’Unione europea e cerca di rallentare il processo negoziale con Kyiv. La ministra degli Esteri Anita Orbán (nessuna parentela con l’ex premier) ha dichiarato che, una volta concluso l’iter negoziale, gli ungheresi saranno chiamati a un referendum per decidere se dare il via libera definitivo all’ingresso dell’Ucraina nel blocco comunitario. È il segno di un pragmatismo che tiene insieme l’apertura verso Bruxelles e la cautela verso Kyiv, tipico di una fase di transizione politica ancora in corso.

Che cosa significa per l’Europa

Per gli analisti che seguono le dinamiche interne all’Unione, il riposizionamento ungherese ha un peso che va oltre i confini nazionali. Per anni Budapest è stata lo strumento con cui il Cremlino ha potuto sfruttare le divisioni interne dell’UE, ostacolando l’unanimità richiesta su sanzioni e decisioni di politica estera. Un’Ungheria che smette di svolgere questo ruolo — anche solo parzialmente — riduce sensibilmente il margine di manovra di Mosca dentro le istituzioni comunitarie e in seno alla NATO, dove Budapest aveva più volte creato attriti sulle forniture di armi a Kyiv. Al tempo stesso apre spazio a una coordinazione più stretta tra Budapest e i partner europei sui temi della sicurezza, dagli attacchi ibridi alla pressione energetica fino alle violazioni del diritto internazionale.

Per il Cremlino, la perdita di un partner che per anni ha rappresentato una voce dissonante nei vertici europei non è solo un problema diplomatico, ma anche un segnale politico: la capacità russa di presentarsi come interlocutore legittimo agli occhi di alcuni governi europei si restringe ulteriormente, in un momento in cui la guerra in Ucraina continua a costringere diverse cancellerie del continente a rivedere le proprie relazioni con Mosca attraverso la lente della propria sicurezza nazionale, più che attraverso considerazioni ideologiche o economiche di breve periodo.

Resta da vedere quanto la svolta di Budapest sia destinata a consolidarsi. Il governo Mádyar è ancora nella sua prima fase di vita, e le resistenze interne — a partire da una parte dell’establishment economico legato ai progetti energetici con Mosca — non sono scomparse. Ma il segnale politico, arrivato alla vigilia dell’Assemblea generale dell’ONU, è di quelli difficili da ignorare per le cancellerie europee, che negli ultimi anni hanno dovuto fare i conti proprio con il veto ungherese come ostacolo ricorrente nelle discussioni sulle sanzioni contro Mosca.

Autore: Marco Bianchi



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