Nel giro di tre giorni, tra il 10 e il 13 agosto 2026, due strutture legate alla produzione e alla conservazione di munizioni in Europa sono state colpite da incendi ed esplosioni: prima l’impianto EMCO in Bulgaria, poi lo stabilimento KNDS Ammo Italy nei pressi di Roma. Gli episodi riportano l’attenzione su una serie di precedenti che, dal 2014 a oggi, hanno interessato depositi di munizioni in Repubblica Ceca, Ucraina e altrove, spesso legati a sospetti di sabotaggio riconducibile ai servizi di intelligence russi.
Un precedente che parte da Vrbětice
Il caso più noto risale al 2014, quando due depositi di munizioni situati a Vrbětice, in territorio ceco, furono distrutti da altrettante esplosioni avvenute il 16 ottobre e il 3 dicembre. Le indagini condotte negli anni successivi dalla polizia e dai servizi di sicurezza cechi portarono a collegare l’accaduto a un’operazione dell’intelligence militare russa, imputata a ufficiali della stessa unità del GRU coinvolta in altri episodi noti all’opinione pubblica europea. Quel caso è oggi considerato l’antecedente di riferimento quando si parla di sabotaggi contro infrastrutture logistiche della difesa nel continente.
Gli arsenali ucraini falcidiati tra il 2015 e il 2018
Prima ancora dell’invasione russa su vasta scala del febbraio 2022, il territorio ucraino era già stato teatro di una serie di eventi analoghi. Il 29 ottobre 2015 un incendio innescò la detonazione a catena dei proiettili custoditi in un deposito nei pressi di Svatove, nell’oblast di Luhansk, a poco più di cento chilometri dal fronte di allora: l’episodio causò la morte di almeno due persone, il ferimento di altre otto e danni a centinaia di edifici circostanti. Gli inquirenti ucraini classificarono l’accaduto come atto terroristico.
Il 23 marzo 2017 toccò a Balakliia, nell’oblast di Kharkiv, sede di uno dei principali arsenali del Paese, dove erano stoccate circa 138 mila tonnellate di materiale bellico: una serie di esplosioni devastò l’impianto e il procuratore militare capo parlò apertamente di sabotaggio, ipotizzando un coinvolgimento russo. Sei mesi più tardi, il 26 settembre dello stesso anno, fu la volta del deposito strategico di Kalynivka, nell’oblast di Vinnytsia, dove su 83 mila tonnellate complessive di munizioni circa 63 mila risultavano ancora pienamente operative al momento dell’incidente.
Un ulteriore episodio si verificò il 9 ottobre 2018 nei pressi di Ichnia, nell’oblast di Chernihiv, sesto arsenale colpito nel giro di pochi anni: secondo quanto riferito dal ministero della Difesa ucraino, le detonazioni si susseguirono a intervalli in diverse zone del sito, un elemento che gli stessi funzionari indicarono come segnale tipico di un’azione di sabotaggio pianificata piuttosto che di un incidente casuale. Solo tra Balakliia e Kalynivka, prima dei rispettivi incendi, erano custodite oltre 200 mila tonnellate di munizioni: la loro perdita indebolì in modo significativo le riserve delle forze armate ucraine proprio negli anni immediatamente precedenti l’aggressione russa del 24 febbraio 2022.
Una tendenza in crescita nel resto d’Europa
Gli episodi di Vrbětice e quelli registrati in Ucraina non sono rimasti casi isolati nella lettura che analisti e istituzioni danno del fenomeno. Uno studio del Center for Strategic and International Studies ha calcolato un aumento marcato degli atti di sabotaggio e degli incendi dolosi in territorio europeo attribuibili ad attività riconducibili alla Russia: da due casi censiti nel 2022 si è passati a dodici nel 2023, fino a raggiungere trentaquattro episodi nel 2024. Fonti governative occidentali hanno inoltre stimato in almeno 145 le operazioni ibride documentate sul suolo europeo negli ultimi anni, un insieme che comprende incendi, danneggiamenti a infrastrutture critiche, attacchi informatici e l’utilizzo di manodopera reclutata sul posto per compiere azioni dirette.
Questa escalation assume un peso particolare alla luce delle condizioni in cui versa oggi l’industria della difesa continentale. Le scorte di munizioni di numerosi Stati membri della NATO restano ridotte rispetto ai livelli considerati necessari, mentre il comparto industriale ha avviato solo di recente un percorso di espansione della capacità produttiva su larga scala. In termini puramente strategici, indebolire in modo progressivo le riserve di un avversario prima dell’apertura di un conflitto rappresenta, per Mosca, un’opzione più praticabile rispetto a colpire obiettivi militari meglio difesi una volta scoppiate le ostilità. Episodi concentrati in più Paesi nello stesso arco temporale possono inoltre produrre un effetto cumulativo sulla capacità difensiva dell’intero fianco orientale ed euromediterraneo dell’Alleanza.
Gli avvertimenti della NATO e della Bundeswehr
Sul finire del 2025 il segretario generale della NATO, Mark Rutte, aveva messo in guardia sulla possibilità che la Russia si trovi pronta, entro un orizzonte di circa cinque anni, a impiegare la forza contro l’Alleanza atlantica. Sulla stessa linea si era espressa la leadership della Bundeswehr, secondo cui la Germania dovrebbe prepararsi a fronteggiare un conflitto su larga scala con Mosca già a partire dal 2029, se non prima. In questo scenario, qualunque rallentamento nella produzione o riduzione delle scorte europee di munizioni finisce per coincidere con gli interessi strategici russi, aumentando l’esposizione dei nodi logistici della difesa occidentale.
10 agosto 2026: l’incendio nell’impianto EMCO, in Bulgaria
Il 10 agosto 2026 un incendio si è sviluppato nell’area occupata dallo stabilimento EMCO, in prossimità della città bulgara di Tryavna, propagandosi fino a raggiungere un deposito di munizioni e provocando un’esplosione. Le autorità locali, in una prima ricostruzione, hanno indicato come possibile innesco un veicolo adibito al trasporto, dal quale le fiamme si sarebbero estese al magazzino. L’ipotesi ufficiale resta dunque quella di un incidente accidentale, sebbene il sito in questione fosse già stato oggetto in passato di indagini relative a possibili operazioni condotte dai servizi segreti russi.
Il proprietario dell’azienda, Emilian Gebrev, era stato vittima nel 2015 di un tentativo di avvelenamento da cui era sopravvissuto. Negli anni successivi, la procura bulgara aveva aperto un fascicolo sul possibile coinvolgimento di sei cittadini russi in quattro distinte esplosioni verificatesi tra il 2011 e il 2020 in altrettanti depositi e stabilimenti collegati al comparto delle munizioni sul territorio nazionale. Alcuni di quei siti custodivano materiale destinato all’esportazione verso Ucraina e Georgia, circostanza che aveva spinto le autorità di Sofia a considerare gli episodi come tasselli di una possibile campagna coordinata, volta a distruggere scorte di armamenti e a interrompere le forniture verso Paesi ritenuti ostili da Mosca.
13 agosto 2026: l’esplosione nello stabilimento KNDS Ammo Italy
Appena tre giorni dopo l’incidente bulgaro, il 13 agosto 2026, una violenta esplosione ha interessato lo stabilimento KNDS Ammo Italy, situato a circa quaranta chilometri dalla Capitale. L’impianto occupa una posizione rilevante nella filiera industriale della difesa europea, essendo dedicato alla produzione di munizioni di medio e grosso calibro oltre ad altri materiali a uso militare.
Le prime informazioni disponibili indicano che l’incendio si sarebbe sviluppato nel reparto adibito alla pressatura della polvere da sparo, per poi degenerare nella forte esplosione registrata successivamente. Le cause dell’evento non sono state ancora accertate in via ufficiale. Un’eventuale interruzione, anche solo parziale, dell’attività di un impianto di queste dimensioni comprometterebbe la capacità del settore difensivo europeo di garantirsi quantità adeguate di munizioni d’artiglieria, in un momento in cui i Paesi dell’Alleanza atlantica stanno lavorando per ricostituire e ampliare le proprie scorte strategiche.
Una coincidenza che riporta alla memoria vecchi schemi
La vicinanza temporale tra i due eventi — l’incendio e l’esplosione all’EMCO e, tre giorni dopo, quella allo stabilimento italiano — richiama inevitabilmente la sequenza di sabotaggi già osservata contro i depositi di munizioni europei e le esplosioni registrate negli arsenali ucraini nel decennio precedente. Non esistono al momento elementi che consentano di affermare che ogni incendio o esplosione avvenuti in un’azienda europea del settore difesa sia il risultato di un’azione ostile pianificata a Mosca. È tuttavia un fatto accertato, sulla base delle indagini concluse in altri casi, che i servizi segreti russi abbiano già fatto ricorso in passato a operazioni di questo tipo sul territorio europeo, e che un indebolimento delle scorte, un rallentamento della capacità produttiva e una maggiore vulnerabilità delle infrastrutture meno protette rispondano, obiettivamente, agli interessi strategici del Cremlino.
Allo stato attuale la sequenza comprende dunque due episodi distinti: quello dell’EMCO, attribuito in via preliminare dalle autorità bulgare a un incendio partito da un mezzo di trasporto, e quello dello stabilimento KNDS Ammo Italy, la cui origine resta ancora da chiarire in via definitiva. Entrambi vengono comunque valutati dagli osservatori nel quadro più ampio della fragilità della capacità europea di produrre e custodire in sicurezza le proprie scorte di munizioni, in un contesto geopolitico che tutti gli attori coinvolti considerano sempre più teso.
