Il capitano senza rotta: la parabola di Salvini e il prezzo dell’ambiguità su Mosca

Dalla Lombardia arrivano le prime richieste aperte di dimissioni. Ma la vera domanda è un’altra: quanto ha pesato, in questo tracollo, la scelta di intestarsi posizioni sempre più distanti dal sentire euro-atlantico del Paese?

C’è un momento, nella parabola di ogni leader populista, in cui i numeri smettono di essere un dettaglio e diventano un verdetto. Per Matteo Salvini quel momento sembra essere arrivato in queste settimane d’agosto, quando dalla Lombardia — culla storica del Carroccio, terra che lo ha portato ai vertici della politica italiana — sono partite le prime richieste esplicite di dimissioni. Non da avversari, non da commentatori ostili, ma da dirigenti locali della sua stessa Lega.

Il direttivo lombardo del partito, riunitosi nei giorni scorsi, ha messo sul tavolo un dato che difficilmente si può derubricare a semplice fisiologia elettorale: la Lega, che nel 2019 sfiorava il 34% dei consensi, oggi viene accreditata da alcuni sondaggi attorno al 5%. A porre la questione con maggiore durezza è stato l’ex deputato Daniele Belotti, storico presentatore della kermesse di Pontida, secondo cui la credibilità del vicepremier sarebbe ormai compromessa. Al termine dell’incontro, cinque dirigenti locali — tra cui il segretario provinciale di Bergamo — hanno chiesto apertamente un passo indietro del segretario federale.

Non è un fulmine a ciel sereno. Da mesi la Lega paga un doppio logoramento: da un lato la fuoriuscita di una parte dell’elettorato più identitario verso Futuro Nazionale, il movimento lanciato dall’ex generale Roberto Vannacci, che in pochi mesi ha eroso consensi proprio nel bacino tradizionale del Carroccio; dall’altro una crescente insofferenza interna verso una linea partitica percepita come sempre più schiacciata sull’agenda nazionale di governo e sempre meno capace di parlare al Nord produttivo che ne fu la culla.

Il paradosso di una posizione filo-russa che non paga

Ma c’è un elemento che merita di essere isolato dal semplice conteggio dei seggi e dei sondaggi, perché racconta qualcosa di più profondo sullo stato dell’opinione pubblica italiana. Negli stessi giorni in cui la sua leadership interna vacillava, Salvini tornava a derubricare la minaccia rappresentata dalla Russia, sostenendo in un’intervista che il pericolo reale per i cittadini italiani non sarebbe Mosca, bensì l’immigrazione irregolare. Una posizione coerente con anni di ambiguità nei confronti del Cremlino, dalle fotografie con la maglietta di Putin sulla Piazza Rossa alle visite controverse, fino alle più recenti aperture su un allentamento delle sanzioni.

Il punto, però, è che questa carta — che in altre stagioni politiche aveva garantito al leader leghista visibilità e un pubblico fedele tra gli scettici dell’atlantismo — oggi non sembra più produrre alcun dividendo elettorale. Anzi. Mentre Salvini insisteva sulla presunta sopravvalutazione della minaccia russa, la sua stessa base di riferimento nel Nord Italia si stava organizzando per chiedergli conto non della politica estera, ma della gestione concreta del partito, delle alleanze locali e dei risultati amministrativi.

Il sospetto, legittimo, è che l’elettorato italiano — quello reale, non quello rappresentato nei talk show — premi sempre meno chi antepone la fedeltà a narrazioni internazionali divisive alla capacità di risolvere problemi concreti.

È una lezione che vale la pena registrare, perché smentisce un’idea diffusa nel dibattito pubblico europeo: quella secondo cui l’ambiguità verso Mosca sarebbe, di per sé, un moltiplicatore di consenso per la destra radicale. I dati lombardi raccontano l’esatto contrario. Un partito può professarsi scettico sulle sanzioni, minimizzare la minaccia russa, coltivare simpatie mai del tutto sopite per l’establishment del Cremlino — e nonostante tutto questo, o forse proprio per questo, perdere sei elettori su sette in meno di un decennio.

Governare non è comunicare

Il vero problema di Salvini, a leggere le cronache di questi giorni, non è ideologico ma amministrativo. Le critiche interne emerse in Lombardia riguardano la credibilità del ministro delle Infrastrutture, non le sue simpatie geopolitiche: opere pubbliche che procedono a rilento, investimenti annunciati e mai del tutto rendicontati, una gestione del dicastero che fatica a tradursi in risultati visibili sul territorio. È qui che si consuma il logoramento più bruciante per un leader che aveva costruito la propria fortuna politica proprio sulla promessa di efficienza e di rottura con la vecchia classe dirigente romana.

In questo scenario, la retorica filo-russa appare sempre più come un rifugio identitario, utile a compattare uno zoccolo duro sempre più ristretto, ma incapace di allargare il consenso o di sostituire la sostanza del governo territoriale. Gli elettori del Nord, quelli che un tempo riempivano il prato di Pontida, sembrano oggi chiedere meno slogan sull’Occidente e più cantieri conclusi, meno distinguo su Putin e più manutenzione ordinaria.

Resta da capire se la Lega troverà la forza di un vero redde rationem interno, con un congresso straordinario capace di ridefinire leadership e linea politica, o se — come pare più probabile nell’immediato — la resa dei conti verrà rinviata a settembre, tra un vertice romano e l’altro. Ma il segnale lanciato dalla Lombardia, per quanto ancora circoscritto, dice qualcosa di rilevante non solo sul destino di un partito, ma sulla maturità di un elettorato che, messo di fronte alla scelta tra populismo geopolitico e concretezza amministrativa, sembra propendere sempre più per la seconda.

Per Salvini, il vero avversario di questa fase non è più a Bruxelles né a Mosca. È nella sezione di Bergamo, nei dirigenti che gli chiedono conto dei voti perduti, e nell’incapacità — finora dimostrata — di trasformare la fedeltà a Mosca in un argomento vincente davanti ai propri stessi elettori.

Autore: Marco Bianchi

Putin, ‘risponderemo ai sequestri di nostre navi da parte degli europei’

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *