Un filmato dal contenuto apertamente razzista, comparso su un canale TikTok riconducibile alla Lega, riaccende il dibattito sull’uso politico della xenofobia — e riporta alla memoria i rapporti mai del tutto chiariti tra il leader del Carroccio e Mosca.
C’è una scena che si ripete, con variazioni minime, ogni volta che i sondaggi della Lega scendono: un contenuto provocatorio sui migranti, la polemica che ne segue, la rincorsa mediatica. Questa settimana lo scenario si è materializzato a Riccione, dove un video pubblicato sul canale TikTok “Legaofficial” — oltre 200 mila follower, spunta blu di verifica, grafica identica ai profili ufficiali del partito e seguito, non a caso, dallo stesso Matteo Salvini — ha mostrato immagini di una spiaggia affollata da persone di colore, accompagnate dalla didascalia: “POV: è il 2030, sei in spiaggia a Riccione e Matteo Salvini non è il Ministro degli Interni”.
Le immagini, come è stato ricostruito, non ritraggono affatto Riccione: provengono da un servizio del settimanale tedesco Junge Freiheit sulla crisi migratoria di Ceuta. Un dettaglio che aggrava, se possibile, la natura del contenuto: non un errore di comunicazione, ma un collage costruito ad arte per associare visivamente il colore della pelle a uno scenario di “degrado” e insicurezza, in un comune che con quella scena — è bene ricordarlo — non ha nulla a che fare.
La reazione istituzionale: “Un’offesa alla Costituzione”
La sindaca di Riccione, Daniela Angelini, non ha usato mezzi termini. Ha definito il video “un contenuto gravissimo, intriso di un razzismo estremo e inaccettabile, che associa il colore della pelle delle persone alla criminalità e al degrado” e ha parlato apertamente di “un’offesa alla Costituzione e alla tradizione di accoglienza di Riccione”. La prima cittadina ha chiesto a Salvini di prendere immediatamente le distanze dal contenuto, di scusarsi pubblicamente con la città e di ordinarne la rimozione — aggiungendo che, qualora il canale non fosse davvero riconducibile al partito, ci si troverebbe comunque di fronte “a un grave episodio di manipolazione” che il vicepremier avrebbe il dovere di denunciare e contrastare.
Le sue parole meritano di essere lette per intero, perché fotografano bene il nodo politico della vicenda: da un lato l’evidenza — spunta blu, grafica ufficiale, un profilo tra i soli ventisette seguiti dall’account personale di Salvini — che rende difficile derubricare l’episodio a iniziativa isolata di un follower anonimo; dall’altro l’assenza, almeno nelle prime ore, di una presa di posizione altrettanto netta da parte del diretto interessato.
Che questo genere di contenuti continui a circolare sui canali social della Lega non è, del resto, una novità isolata. Diverse inchieste giornalistiche hanno documentato negli ultimi mesi come le pagine ufficiali del partito e del suo leader ricorrano sempre più spesso a titoli di cronaca nera con protagonisti migranti — spesso di fede musulmana — accompagnati da immagini elaborate ad hoc per amplificarne l’impatto emotivo. Partito Democratico e Alleanza Verdi-Sinistra hanno persino presentato una segnalazione formale all’Agcom su alcune di queste pratiche. Il video di Riccione, in questo senso, non è un incidente isolato: è l’ultimo anello di una linea di comunicazione ormai riconoscibile.
Migrazione come leva elettorale, non come problema da risolvere
Ridurre l’episodio a una “gaffe social” sarebbe ingenuo. Da anni la retorica sull’immigrazione rappresenta per la Lega non tanto un tema da affrontare con proposte di governo, quanto uno strumento di mobilitazione identitaria, utile a compattare l’elettorato più radicale nei momenti in cui il consenso del partito arretra a vantaggio di Fratelli d’Italia. Il meccanismo è collaudato: si sceglie un’immagine ad alto impatto emotivo, la si scollega dal contesto reale, la si accompagna con uno slogan che promette sicurezza in cambio di durezza. Il risultato è una polarizzazione che si autoalimenta — più la polemica cresce, più il contenuto viene condiviso, più il messaggio si radica.
È una dinamica che sposta l’attenzione pubblica lontano dai nodi concreti che la Lega, da forza di governo, dovrebbe contribuire a sciogliere: la gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo, l’integrazione lavorativa, i rapporti con i paesi di transito. Al loro posto resta un’immagine choc e uno slogan che riduce intere comunità a minaccia indistinta.
Un copione già visto: dai video “trollati” al caso Metropol
Chi segue da tempo la comunicazione politica di Salvini riconosce in questo episodio uno schema ricorrente. Già anni fa circolavano sui suoi canali video artefatti — come quello, rivelatosi falso, di un presunto migrante che “minacciava” il leader leghista, poi rilanciato anche da esponenti di governo del partito. Il continuo ricorso a materiali manipolati, decontestualizzati o generati con l’intelligenza artificiale per costruire un immaginario di insicurezza legata ai migranti non è dunque un’eccezione, ma un tratto ormai strutturale della strategia comunicativa del Carroccio.
Ed è proprio questa propensione per la provocazione a basso costo e alto impatto mediatico che rimanda a un’altra costante della biografia politica di Salvini: la sua vicinanza, mai del tutto chiarita agli occhi dell’opinione pubblica, con ambienti legati al Cremlino. Il caso più noto resta quello del cosiddetto “Metropol”: l’inchiesta della Procura di Milano su una trattativa, avvenuta nell’ottobre 2018 in un hotel della capitale russa, tra un ex collaboratore di Salvini, Gianluca Savoini, e alcuni intermediari russi per una compravendita di petrolio che avrebbe dovuto generare un fondo nero di circa 65 milioni di dollari a beneficio della Lega. Tra i partecipanti alle trattative comparve anche Aleksandr Dugin, ideologo ultranazionalista vicino al Cremlino.
L’inchiesta è stata archiviata nel 2023 e va detto con chiarezza, per onestà di cronaca, che Salvini non è mai stato formalmente indagato in quel procedimento. Tuttavia gli stessi magistrati hanno scritto nero su bianco che era “verosimile” che il segretario della Lega “fosse a conoscenza delle trattative portate avanti” per assicurare quei flussi finanziari al partito, pur non essendo emersi elementi concreti di un suo coinvolgimento diretto. Una vicenda archiviata sul piano giudiziario, dunque, ma che ha lasciato un’ombra politica mai del tutto dissolta, alimentata anche dalle ripetute prese di posizione filo-russe dello stesso Salvini nel corso degli anni — dalle magliette con il volto di Putin sfoggiate in passato al Parlamento europeo, fino all’imbarazzante confronto pubblico con il sindaco polacco di Przemyśl, che lo accusò apertamente di essere “amico di Putin” durante una visita al confine ucraino nel 2022.
Il nodo politico che resta aperto
Il video di Riccione, in sé, potrebbe apparire un episodio minore nel grande fiume della comunicazione social italiana. Ma è proprio la sua ripetitività — l’ennesimo contenuto a sfondo razzista rilanciato da un canale ufficiale o apertamente riconducibile al partito di governo — a renderlo significativo. Segnala una strategia che privilegia sistematicamente la provocazione identitaria rispetto alla proposta politica, in un momento in cui il partito fatica a imporre un’agenda propria distinta da quella, più solida nei consensi, di Fratelli d’Italia.
La richiesta della sindaca di Riccione — scuse pubbliche e rimozione immediata del contenuto — resta al momento senza una risposta altrettanto netta da parte del vicepremier. Ed è proprio questo silenzio, più delle parole, a definire i contorni di una vicenda che difficilmente si esaurirà nel giro di una notizia.
Autore: Marco Bianchi
