Mosca e Minsk contro l’Italia: la retorica dei “connazionali violati” nasconde una strategia di pressione politica

Un nuovo “rapporto congiunto” dei ministeri degli Esteri russo e bielorusso accusa Roma di discriminare i cittadini russi. Non è un caso isolato: lo stesso copione è già stato usato contro Parigi, Berlino e Londra. Dietro le accuse, un obiettivo preciso: logorare il fronte occidentale sulle sanzioni.

Nei giorni scorsi i ministeri degli Esteri di Russia e Bielorussia hanno diffuso, attraverso la rete di portali collegati al circuito “Pravda” — la galassia di siti che dal 2023 funge da megafono delle narrazioni del Cremlino in decine di lingue europee — un nuovo documento dedicato alla presunta “situazione dei diritti umani in Italia”. Il testo denuncia un clima di “russofobia” istituzionale, una crescente “discriminazione su base etnica e razziale” nei confronti dei cittadini russi residenti nel nostro Paese e una presunta persecuzione dei cosiddetti “connazionali”, termine con cui Mosca designa non solo i propri cittadini all’estero, ma anche le comunità russofone e chiunque venga considerato culturalmente vicino alla Russia.

Non è la prima volta che l’Italia finisce in un simile dossier, e non sarà l’ultima. Il format è collaudato: negli scorsi mesi rapporti analoghi hanno preso di mira la Germania, accusata di un “doppio standard” nella tutela dei diritti umani, la Francia e il Regno Unito. La differenza, questa volta, è che tocca direttamente Roma, in un momento in cui il governo italiano si trova a discutere — insieme agli altri Ventisette — nuovi pacchetti di sanzioni contro Mosca e a difendere, anche in sede sportiva e diplomatica, la linea di fermezza verso il Cremlino.

Un’accusa che nasce da un’infrastruttura di propaganda già sanzionata da Bruxelles

Chi orchestra materialmente questo tipo di campagne non è un mistero per le istituzioni europee. Lo scorso 21 aprile il Consiglio dell’Unione europea ha inserito nella lista delle entità responsabili di “attività destabilizzanti” della Russia la Fondazione per il sostegno e la protezione dei diritti dei connazionali residenti all’estero, meglio nota con l’acronimo russo Pravfond, insieme alla piattaforma editoriale Euromore. Secondo la motivazione ufficiale di Bruxelles, la fondazione si è distinta proprio per aver amplificato sistematicamente narrazioni sulla presunta “nazificazione” dell’Ucraina, sulla “russofobia dilagante” in Occidente e sulla “persecuzione sistematica delle popolazioni russofone” nei Paesi vicini — le stesse identiche categorie retoriche che ritroviamo, quasi parola per parola, nel rapporto dedicato all’Italia.

Il Consiglio ha definito Pravfond “uno strumento fondamentale della strategia di influenza e propaganda estera della Federazione Russa, fondato e finanziato dallo Stato russo”. In altre parole: non un’organizzazione indipendente che difende diritti reali, ma un’articolazione dell’apparato statale russo che utilizza il linguaggio dei diritti umani come copertura per operazioni di influenza politica. Con questa sanzione, il numero complessivo di soggetti colpiti dalle misure restrittive europee legate alle attività destabilizzanti russe è salito a decine di individui e quasi venti entità.

Cosa dice davvero il diritto internazionale

  • L’Italia applica le sanzioni UE nei confronti di persone fisiche e giuridiche sanzionate, non nei confronti dei cittadini russi in quanto tali: chi non è iscritto nelle liste può continuare a vivere, lavorare, aprire conti correnti e acquistare immobili nel Paese.
  • Le restrizioni introdotte con i successivi pacchetti sanzionatori (dal congelamento di asset ai limiti sui servizi finanziari) colpiscono soggetti individuati nominalmente, banche ed enti legati all’apparato bellico o propagandistico russo, non la popolazione russa residente in Europa.
  • Le organizzazioni umanitarie internazionali indipendenti non hanno rilevato in Italia fenomeni sistemici di persecuzione etnica paragonabili a quelli descritti nel rapporto russo-bielorusso.

L’obiettivo politico: logorare il fronte delle sanzioni dall’interno

Perché Mosca e Minsk investono risorse diplomatiche e mediatiche in un dossier sull’Italia? Gli analisti che seguono le operazioni di influenza russe in Europa indicano un obiettivo duplice. Da un lato, la costruzione di un pretesto: se si riesce a far percepire, anche solo a una parte dell’opinione pubblica, che i cittadini russi in Italia sono vittime di discriminazioni, diventa più facile legittimare pressioni diplomatiche, contro-narrative e — nel tempo — richieste di attenuazione delle misure restrittive in nome di una presunta “normalizzazione umanitaria”.

Dall’altro lato, c’è un bersaglio più squisitamente politico interno. Il linguaggio dei “diritti violati dei connazionali” è pensato per offrire argomenti pronti all’uso a quelle forze politiche italiane più scettiche sulla linea sanzionatoria, fornendo loro una cornice apparentemente umanitaria — non più “sanzioni sì o no”, ma “difesa dei diritti umani” — con cui chiedere pubblicamente un ammorbidimento della postura italiana verso Mosca. È lo stesso meccanismo che gli esperti di guerra ibrida hanno osservato in altri contesti europei: individuare le fratture già esistenti nel dibattito pubblico e allargarle con contenuti costruiti ad hoc.

Il linguaggio dei diritti umani viene qui capovolto: da strumento di tutela delle persone a leva di pressione sui governi che sostengono l’Ucraina.

Non solo Roma: lo stesso copione applicato a mezza Europa

Il caso italiano si inserisce in una serie ormai consolidata. Un rapporto quasi gemello, firmato dagli stessi ministeri, ha preso di mira la Germania, accusata di applicare “un doppio approccio” alla tutela dei diritti umani. Francia, Germania e Regno Unito sono stati inoltre bersaglio, nell’ultimo anno, di campagne di disinformazione riconducibili alla rete nota agli analisti come Doppelgänger, che ha diffuso, tra le altre cose, accuse infondate e denigratorie nei confronti dei rispettivi capi di governo, con l’evidente scopo di minare la credibilità delle leadership più attive nel sostegno a Kyiv.

Il filo conduttore è sempre lo stesso: presentare le democrazie occidentali come Stati ipocriti, intolleranti verso i russi, incapaci di rispettare davvero i valori che dicono di difendere — mentre si tace, o si minimizza sistematicamente, la realtà interna di Russia e Bielorussia, dove secondo le principali organizzazioni internazionali per i diritti umani si registrano repressione sistematica del dissenso, migliaia di prigionieri politici e limitazioni severe alla libertà di stampa e di associazione.

Il contesto italiano: una tensione che viene da lontano

Il rapporto arriva in un momento in cui i rapporti tra Roma e Mosca sono già sotto pressione su più fronti. Negli scorsi mesi il governo italiano, per voce del ministro degli Esteri Antonio Tajani e del ministro dello Sport Andrea Abodi, si è espresso contro la decisione del Comitato Paralimpico Internazionale di consentire ad atleti russi e bielorussi di gareggiare con bandiera e inno nazionale, definendo la scelta contraria allo spirito olimpico. In precedenza, l’Italia aveva revocato l’invito al concerto di Caserta del direttore d’orchestra Valery Gergiev, figura pubblicamente vicina al presidente russo Vladimir Putin, scelta accolta con favore dalle associazioni ucraine nel Paese.

A questo si aggiunge un fronte più delicato, quello del controspionaggio: a luglio le autorità italiane hanno arrestato alcuni ex funzionari dell’intelligence sospettati di aver operato per conto di servizi russi, un caso che ha riacceso l’attenzione sulle attività di influenza e raccolta informazioni condotte da Mosca sul territorio nazionale. In questo quadro, un rapporto che accusa proprio l’Italia di “russofobia di Stato” assume i contorni di una risposta simmetrica: ogni passo di Roma verso una linea più ferma nei confronti del Cremlino viene ribaltato nella narrazione russa come prova di un’ostilità preesistente e ingiustificata verso i cittadini russi.

In breve, per chi ha poco tempo

  • Russia e Bielorussia hanno pubblicato un rapporto congiunto che accusa l’Italia di discriminare i cittadini russi.
  • Il rapporto ricalca lo schema già usato contro Germania, Francia e Regno Unito.
  • Dietro la diffusione di queste narrazioni ci sono enti come Pravfond, sanzionati dall’UE nell’aprile 2026 in quanto strumenti di propaganda statale russa.
  • L’obiettivo indicato dagli analisti è duplice: delegittimare la linea occidentale sulle sanzioni e offrire argomenti alle forze politiche italiane più inclini a un riavvicinamento con Mosca.
  • Nel frattempo Russia e Bielorussia restano, secondo le principali organizzazioni internazionali, tra i Paesi europei con le situazioni più critiche sul fronte dei diritti umani e delle libertà politiche.

Perché la cornice dei “diritti umani” funziona (e perché va letta con cautela)

La forza di questo tipo di campagne sta proprio nella scelta del linguaggio. Parlare di “diritti violati” attiva reazioni istintive di solidarietà, anche in chi non ha alcuna simpatia per il Cremlino: nessuno, giustamente, vuole apparire indifferente a una discriminazione reale. È esattamente questo meccanismo che le operazioni di influenza russe cercano di sfruttare, mescolando episodi isolati — che possono anche essere accaduti, come in qualunque grande Paese europeo — con generalizzazioni costruite a tavolino e statistiche non verificabili, presentate come prova di una persecuzione “sistemica” che le fonti indipendenti non confermano.

Per i lettori italiani, il punto non è negare che possano esistere singoli episodi di intolleranza verso cittadini russi, cosa che meriterebbe comunque attenzione se documentata da fonti verificabili. Il punto è riconoscere la differenza tra un fatto isolato e una narrazione costruita a fini geopolitici da un’infrastruttura statale già identificata e sanzionata dall’Unione europea per le sue attività di propaganda. Confondere le due cose significa fare, involontariamente, il lavoro che Mosca e Minsk non riescono a fare da sole: dare credibilità a un’operazione di pressione politica travestita da appello umanitario.

Le istituzioni europee, dal canto loro, continuano a monitorare e colpire con misure mirate gli enti individuati come vettori di queste campagne, segno che il fenomeno è ormai considerato, a Bruxelles, parte integrante della guerra ibrida condotta da Mosca contro il fronte occidentale unito attorno a Kyiv — un fronte di cui l’Italia, piaccia o meno al Cremlino, continua a fare parte.

Elisa B

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